Il Biochar: ponte verso una nuova alleanza tra uomo e natura, a carbonio negativo

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Il Biochar: ponte verso una nuova alleanza tra uomo e natura, a carbonio negativo

Spesso pensiamo alla felicità come a qualcosa che possediamo.

Ma la radice latina ‘felix’ ci dice altro: è felice ciò che è fecondo, ciò che produce frutti per gli altri.

La natura è, per definizione, l’unica economia che ha sempre donato tutto senza mai emettere fattura. Ci ha dato la fibra, il colore, l’acqua e noi, di contro, abbiamo risposto con un modello che preleva e abbandona.

Per capire perché la ricerca è fondamentale, dobbiamo guardare i numeri della fondazione Ellen MacArthur parliamo di un’industria che immette sul mercato tra i 100 e i 150 miliardi di nuovi capi ogni anno..

Oggi viviamo in un sistema dove ogni singolo secondo (il tempo di un respiro) un intero camion carico di vestiti viene buttato in discarica o bruciato.

Non stiamo parlando solo di inquinamento, stiamo parlando di una cecità industriale: stiamo distruggendo risorse che hanno un valore immenso.

Il nostro obiettivo non è solo gestire quel camion, ma fermarlo, analizzarne il contenuto e restituirlo al ciclo produttivo sotto forma di energia e nuovi materiali.

La risposta non è una sintesi chimica complessa, ma un alleato naturale: il Biochar.

Ottenuto dalla pirolisi (combustione in assenza di ossigeno) di scarti legnosi, il biochar non è solo carbone vegetale, è una struttura porosa con un’area superficiale enorme in uno spazio microscopico.

Grazie alla sua carica superficiale e alla sua chimica del carbonio, il biochar agisce come un sequestratore molecolare: attira i PFAS, li ancora saldamente alla sua struttura e li immobilizza, impedendo loro di migrare negli ecosistemi.

È qui che la logica della restituzione diventa azione: usiamo uno scarto della natura per guarire la natura stessa.

Sebbene i risultati specifici possano variare in base al tipo di biomassa usata per produrre il biochar (legno, paglia, scarti agricoli) e alla temperatura di pirolisi, la ricerca accademica in questo campo evidenzia performance molto incoraggianti.

Non stiamo parlando di una soluzione teorica, ma di una tecnologia capace di abbattere drasticamente la biodisponibilità di questi tossici.

La logica della restituzione qui si compie: ciò che abbiamo disperso viene catturato da una matrice che, una volta satura, può essere gestita in sicurezza o addirittura reintegrata in processi di economia circolare.

Il Biochar è l’emblema della restituzione e la sua caratteristica più rivoluzionaria è che è Carbonio Negativo.

Normalmente, quando una pianta muore, il carbonio che ha assorbito torna in atmosfera decomponendosi.

Trasformandola in biochar, ‘cristallizziamo’ quel carbonio in una forma stabile che non torna nell’aria per secoli.

Implementare filtri al biochar non significa quindi solo catturare PFAS e microplastiche; significa partecipare attivamente alla decarbonizzazione.

È l’essenza stessa di un’economia che rigenera invece di consumare.

Per farvi capire la portata di ciò di cui stiamo parlando, guardiamo i numeri europei: ogni anno produciamo oltre 12 milioni di tonnellate di rifiuti tessili.

Una montagna di scarti che oggi non sappiamo come gestire.

La ricerca italiana dell’Università di Firenze, pubblicata proprio quest’anno, ha testato un impianto pilota capace di ‘smontare’ questi rifiuti tramite il calore e trasformarli per il 40% del loro peso che diventa Solid-char.

Non è più un rifiuto, è una materia prima.

Questo Solid-char che otteniamo è di qualità, lo studio lo conferma.

Ha un’altissima densità energetica e una struttura capace di intrappolare composti organici complessi.

Utilizzare questo ‘carbone riciclato’ significa che per pulire l’acqua dalle microplastiche e dai PFAS non dobbiamo consumare nuove risorse: usiamo la stessa giacca o lo stesso scarto che ha creato il problema per generare la soluzione.

Siamo partiti parlando dal concetto di felicità, di quella fecondità che nasce dal restituire valore. Ma per restituire, dobbiamo prima sapere cosa abbiamo tra le mani. Spesso le aziende vedono i propri scarti tessili solo come un peso logistico o un costo di smaltimento.

La mia proposta oggi è di cambiare sguardo: cominciamo a trasformare ciò che oggi consideriamo ‘scarto’ in quel seme che restituirà purezza all’ambiente e valore alle imprese.

Perché un’industria che non impara a restituire, smette di essere feconda e di guardare al futuro.

(Photo credits: pexels.com)

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Dalia Arablu

Nata a Torre Annunziata nel 1977, studio Chimica Tintoria a Napoli, subito dopo la scuola parto per un anno di apprendimento/lavoro a Londra e da lì si aprono le porte per collaborazioni con aziende estere che mi porteranno a viaggiare per il mondo nei 15 anni successivi. Nel 2021 fondo Devalia-a scientific approach to circular economy, con l’obiettivo di sviluppare progetti di economia circolare, con un approccio scientifico. Le scelte professionali, mi hanno consentito di assecondare una delle mie più grandi passioni: viaggiare, parlare con persone nuove e confrontarmi con culture diverse. Tutto questo si fonde con il piacere di ampliare le prospettive, osservare la natura umana e studiarne le abitudini, cosa che non smette mai di affascinarmi. La svolta consapevole mi permette di assecondare una delle mie esigenze principali, esprimere amore per la natura e cercare di passare più tempo possibile all’aria aperta, a contatto con essa.

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Commenti

  1. ...chiedere o aspettarsi da una foto una qualche previsione sul futuro sarebbe uscire dal reale servizio che uno scatto dà.…

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