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La chiesetta di San Rocco di Garzòn
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La chiesetta di San Rocco di Garzòn
Fede, peste e memoria nella Lessinia del Cinquecento
La piccola chiesetta di San Rocco nella contrada Garzòn, nel territorio di Velo Veronese, costituisce una delle testimonianze più significative della religiosità popolare e della vita comunitaria nella Lessinia del tardo Cinquecento. La sua origine è strettamente legata alla grande epidemia di peste che tra il 1575 e il 1577 colpì gran parte dell’Italia settentrionale, lasciando segni profondi non soltanto nella demografia, ma anche nelle forme della devozione e nell’organizzazione delle comunità montane veronesi.
La peste del 1575-1577 e il voto della comunità
Un documento fondamentale per comprendere la nascita dell’oratorio è il testamento redatto il 18 novembre 1575 da Marco del fu Antonio del Garzon. L’atto venne rogato dal notaio Giovanni Battista Coradi nel cortile della casa del testatore, “in loco Garzon nelle montagne veronesi”, alla presenza di diversi uomini della contrada: Sebastiano, Giacomo e Antonio figli del fu Antonio, insieme a Leonardo, Giovanni e Giorgio figli del fu Bernardo, tutti appartenenti alla piccola comunità locale.
Il contesto era drammatico. Proprio nel 1575 la peste aveva iniziato a diffondersi nel Veneto e nella pianura padana. I primi casi comparvero probabilmente lungo le vie commerciali provenienti dall’Europa centrale attraverso il Trentino; nel giro di pochi mesi il morbo raggiunse Verona, Mantova e Venezia, generando paura, isolamento e una diffusa incertezza.
In questo scenario si inseriscono le disposizioni testamentarie di Marco del Garzon. Oltre a destinare alcuni beni alla chiesa di Velo, egli ordinò che il proprio erede universale versasse dieci ducati “convertendos in capella et fabricam faciendam”, cioè destinati alla costruzione di una cappella nella contrada di Garzon. L’opera doveva essere avviata immediatamente “pro salute anime eiusdem testatoris”, per la salvezza della sua anima.
La volontà di edificare una cappella locale assume un duplice significato. Da un lato rispondeva al sentimento religioso tipico dei tempi di epidemia, quando il ricorso ai santi protettori rappresentava una delle principali forme di speranza collettiva; dall’altro rifletteva un’esigenza pratica concreta della popolazione.
Un luogo di culto vicino alla comunità
Gli abitanti di Garzon dipendevano infatti spiritualmente dalla Chiesa di San Giovanni Battista, fondata nel 1316 e consacrata nel 1398, distante circa quattro chilometri dalla contrada. In condizioni normali il percorso poteva essere affrontato senza grandi difficoltà, ma durante l’inverno o in momenti di emergenza sanitaria il collegamento risultava particolarmente problematico.
La costruzione di una cappella nella contrada rappresentava dunque anche una risposta concreta ai bisogni religiosi della popolazione locale, offrendo un luogo di preghiera più accessibile e vicino alla vita quotidiana degli abitanti.

La costruzione della chiesetta nel 1576
Sulla parete orientale della chiesetta si conserva ancora oggi una lapide con la data 1576, tradizionalmente ritenuta l’anno di costruzione dell’edificio. La cronologia coincide perfettamente con il testamento del novembre 1575 e suggerisce che la comunità abbia dato rapida esecuzione alle volontà del testatore, completando l’oratorio nel giro di pochi mesi.
Fin dall’origine la cappella fu dedicata a San Rocco, figura il cui culto si diffuse in tutta l’Italia settentrionale soprattutto a partire dal tardo Quattrocento. Invocato come protettore contro la peste, San Rocco divenne uno dei santi più venerati nelle comunità colpite dalle epidemie.
La colonnetta votiva del 1579
La devozione a San Rocco nella contrada Garzon trova ulteriore conferma in un significativo elemento del paesaggio religioso locale: la colonnetta votiva datata 1579.
Con il termine locale “colonnetta” si indica un piccolo pilastro in pietra che si allarga superiormente “a capanna” e ospita nella nicchia immagini sacre scolpite o dipinte. Quella di Garzon misura circa un metro e novanta d’altezza e presenta una nicchia larga sessanta centimetri e alta settanta, contenente una tavoletta scolpita in materiale tenero, probabilmente tufo, racchiusa da una cornice lapidea.
L’immagine raffigura la Beata Vergine Maria con il Bambino tra San Rocco e San Sebastiano, i due santi tradizionalmente invocati contro il morbo.
Sulla struttura compare, seppur con difficoltà di lettura, un’iscrizione che ricorda la realizzazione dell’opera il 16 agosto 1579, giorno della festa di San Rocco, celebrata a Verona con particolare solennità almeno dal 1480. La presenza di questa colonnetta rafforza l’interpretazione della chiesetta come espressione di un voto collettivo maturato negli anni della pestilenza.
Garzòn tra Medioevo ed età moderna
La contrada Garzon possiede radici antiche nel territorio della Lessinia. Il toponimo compare già nella carta dell’Almagià del 1439-1441, insieme a Velo e ad Azzarino, segno che il piccolo nucleo abitato era già allora un insediamento riconosciuto.
Prima della costituzione come comune autonomo, avvenuta intorno alla metà del Cinquecento, Garzon apparteneva al territorio di Mezzane ed era soggetto alla Vicaria di Lavagno, dalla quale, nonostante ripetuti tentativi, non riuscì mai ad affrancarsi completamente. I documenti trecenteschi mostrano infatti stretti rapporti amministrativi, fondiari e giurisdizionali con Mezzane e con Centro.
Garzon divenne comune autonomo nella prima metà del XVI secolo, per poi essere unito a Velo nel periodo napoleonico. Un’importante testimonianza della sua rilevanza territoriale è documentata nel 1505, quando proprio a Garzon si svolse una ricognizione dei confini appartenenti alla curia dell’abbazia di Abbazia di Badia Calavena, in relazione ai territori soggetti alla giurisdizione di Mezzane.

Una memoria ancora viva
Nel corso dei secoli la chiesetta di San Rocco è rimasta un punto di riferimento religioso e identitario per gli abitanti della contrada. Un importante restauro venne realizzato negli anni Trenta del Novecento grazie all’impegno diretto della popolazione locale, e ancora in quel periodo la località era conosciuta come “Garzon di San Rocco”, a testimonianza del profondo legame tra il santo e la comunità.
La storia della chiesetta non riguarda dunque soltanto la costruzione di un piccolo edificio sacro, ma racconta la risposta di una comunità montana a una delle più grandi emergenze sanitarie della storia europea. Il testamento del 1575, la costruzione della cappella nel 1576 e la colonnetta votiva del 1579 rappresentano le tappe di un unico percorso in cui fede, paura e solidarietà collettiva si intrecciano profondamente.
Attraverso le sue pietre, le iscrizioni e le immagini devozionali, la chiesetta di San Rocco di Garzòn continua ancora oggi a custodire la memoria di un momento cruciale nella storia delle comunità della Lessinia, offrendo un prezioso documento storico oltre che religioso.
Foto: credits Stefano Valdegamberi
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Stefano Valdegamberi
Stefano Valdegamberi, nato a Tregnago il 6 maggio 1970. Dopo il diploma di Maturità Classica, si è laureato in Economia e Commercio. È conosciuto principalmente per la sua figura di politico-amministratore in quanto già sindaco di Badia Calavena, comune ove risiede con la moglie e i tre figli e, in seguito, Assessore e Consigliere della Regione Veneto. Fin dagli anni del liceo ha sempre coltivato la passione per la storia, la linguistica e la cultura locale. Tra i suoi lavori ricordiamo “I nomi raccontano la storia” (2015), “De decimis novalibus” (2018), “Alle origini degli antichi comuni di Saline, Tavernole e Corno” (2021), “Le origini del linguaggio” (2022). È cultore della lingua cimbra, il Taucias Gareida, un tedesco medievale parlato dai suoi antenati della montagna veronese e tuttora usato da pochissimi parlanti del borgo di Giazza (Ljetzan). Il suo ultimo lavoro “Castelvero, la storia millenaria di un feudo vescovile e dei suoi abitanti”


















