Le origini e la storia di Tavernole
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Le origini e la storia di Tavernole
Antico comune cimbro della Lessinia
Tra le comunità storiche della Lessinia orientale, Tavernole occupa un posto di particolare rilievo. La sua vicenda dimostra come l’identità cimbra della montagna veronese non sia nata improvvisamente, ma sia il risultato di un lungo processo storico sviluppatosi nell’arco di diversi secoli. Prima dell’arrivo delle popolazioni germanofone, infatti, Tavernole era già un centro abitato, organizzato attorno alle proprietà monastiche e inserito nella rete economica e viaria che collegava la pianura veronese agli altipiani della Lessinia.
Lo stesso nome Tavernole testimonia l’antichità dell’insediamento. Deriva dal latino Tabernulae, diminutivo di taberna, termine che indicava luoghi di sosta, punti di ristoro e cambi di cavalli lungo le antiche vie di comunicazione. Il toponimo lascia supporre che in questo luogo esistesse già in età romana una piccola stazione posta lungo il percorso che da Verona saliva verso la montagna.
La prima attestazione documentaria risale al 6 febbraio 1203. In quell’anno, in un contratto di locazione dei boschi appartenenti all’Abbazia di Badia Calavena, compare tra gli affittuari un Johannes de Tavernolis. Si tratta di una testimonianza di straordinaria importanza perché dimostra che Tavernole era abitata stabilmente oltre un secolo prima dell’arrivo dei coloni teutonici. È una prova che consente di distinguere nettamente le origini del paese dalla successiva formazione della comunità cimbra.
In quel periodo il monte di Tavernole apparteneva al monastero benedettino di San Cassiano di Mezzane, fondato intorno all’anno Mille nella valle Pretoriense. L’intero versante, dal Progno del Vago fino al crinale della Lessinia, costituiva una vasta proprietà indivisa dell’abbazia. Nel corso del Duecento il monastero estese progressivamente il proprio patrimonio fondiario attraverso acquisti e donazioni, consolidando la propria presenza nelle località di Centro, Saline, Val Taioli e Tavernole.
L’evento che segna la nascita della futura comunità è documentato nell’atto dell’11 giugno 1308. In quella data il procuratore del monastero, Fermo, procedette alla suddivisione dell’intero monte in undici appezzamenti, denominati brevia sive parteo, assegnandoli ai diversi capifamiglia che già coltivavano quelle terre. Tra questi figurano Salato, Termanis, Calapretum, Centrus, Facius, Bonaventura Sachara, Petrus Johannis, Albrigi Dalfini e Paginus de Centro.
Per sei giorni gli incaricati perticarono il versante che guarda verso sera, dal torrente Vago fino ai confini con Magrano, realizzando una precisa ripartizione fondiaria. Pur rimanendo proprietà del monastero, questa divisione costituì il presupposto per la formazione delle future contrade e, successivamente, del comune rurale di Tavernole.
Il documento del 1308 è prezioso anche per la ricostruzione della geografia medievale del territorio. Vi compare infatti la località Zovum, probabilmente identificabile con l’attuale varco della Bettola, il cui nome deriva dal latino jugum, cioè passo montano. È ricordata inoltre la via Zovi, che da quel valico scendeva verso il fondovalle, e soprattutto una condotta d’acqua proveniente dalla parte alta del monte, “versus Lessinum”, destinata ad alimentare il nucleo abitato. La disponibilità di acqua costituiva il presupposto indispensabile per la nascita di una comunità stabile e dimostra il livello di organizzazione raggiunto già all’inizio del Trecento.
È significativo osservare come tutti i documenti del Duecento e dei primi decenni del Trecento riportino esclusivamente nomi di tradizione latina o veneta. Non compare alcuna presenza riconducibile ai coloni germanofoni. Gli abitanti erano popolazioni locali insediate da tempo sulle terre del monastero.
Lo scenario cambiò radicalmente nella seconda metà del XIV secolo. La devastazione provocata dalla Peste Nera del 1348 provocò un forte calo demografico, lasciando vaste aree agricole prive di coltivatori. Per ripopolare la montagna vennero favoriti nuovi insediamenti provenienti dagli altipiani della Lessinia superiore, dove già vivevano comunità di lingua tedesca. Fu in questo contesto che Tavernole assunse progressivamente una marcata identità cimbra.
La nascita del comune risale proprio alla seconda metà del Trecento. Nell’estimo del 13 maggio 1396 compare per la prima volta il comune de Tavernolis, accanto a quello de Salinis cum Sumolena, entrambi appartenenti al Vicariato della Montagna. Nel 1403 Tavernole risulta ormai pienamente inserita nel Vicariatus Montanearum Theutonicorum, l’istituzione che riuniva le comunità cimbre della Lessinia e che godeva degli antichi privilegi concessi dagli Scaligeri e successivamente confermati dalla Serenissima.
I documenti del Quattrocento confermano la progressiva formazione della nuova comunità. Nel 1416 è attestato Nicola detto Freschini, originario di Azzarino, oggi nel comune di Velo Veronese, mentre nel suo testamento del 1428 egli chiese di essere sepolto nella chiesa di San Mauro di Saline, confermando come questa fosse fin dalle origini la parrocchia di riferimento per Tavernole.
L’identità cimbra non significò mai isolamento. Al contrario, i documenti notarili testimoniano continui rapporti economici con la città di Verona. Nel 1433 è documentata una società commerciale tra Bartolomeo de Medicis e Tommaso di Tavernole, prova dei frequenti scambi che interessavano lana, formaggi, carbone vegetale, legname e ghiaccio naturale prodotti in montagna e destinati ai mercati cittadini.
Nel 1482 anche Tavernole partecipò, insieme agli altri comuni del Vicariato, al ricorso presentato alla Repubblica di Venezia contro i rettori di Verona che avevano tentato di limitare gli antichi privilegi delle comunità montane. La sentenza del 19 agosto confermò tali diritti, imponendo la restituzione dei beni sequestrati ad un abitante di Tavernole e riaffermando l’autonomia amministrativa del Vicariato.
Nel corso del Cinquecento la comunità consolidò definitivamente le proprie istituzioni. Nel 1517 è documentato come massaro Pietro da Tavernole. Nello stesso periodo emergono le principali famiglie del paese: i Battisti, originariamente attestati come de Baptistis, i Dal Ben (a Benis), gli Zoparelli, i Massalongo, i Dalla Vedova, i Dalla Fossa, i Guerra, i Cingiarolli e numerosi altri casati destinati a caratterizzare la storia locale nei secoli successivi.

Un’importante fotografia della comunità ci è offerta dal Catastico delle strade e delle fontane pubbliche, compilato il 16 settembre 1589. Davanti al massaro Gaspare Del Bene, al consigliere Pietro de Jacopinis e agli esperti Simone e Leonardo de Baptistis, vennero descritte le principali opere pubbliche del comune.
Tra queste figura la strada principale di Tavernole, definita “Via da Verona”, che dal Progno del Vago attraversava il paese fino ai confini di Saline, presso San Valentino. Il nome stesso dimostra l’importanza di questo antico collegamento con la città scaligera. Lungo questa strada transitavano il carbone vegetale, la lana, i formaggi, il legname e il ghiaccio prodotti in Lessinia, mentre dalla pianura risalivano vino, cereali, olio e manufatti.
Il Catastico ricorda inoltre la Fontana dei Beni, definita espressamente fons communis, cioè sorgente pubblica utilizzata da tutti gli abitanti del paese. L’acqua rappresentava uno dei beni collettivi più preziosi della comunità e la sua amministrazione era affidata al comune, insieme alla manutenzione delle strade, dei pascoli e dei boschi.
All’inizio del Seicento Tavernole faceva ormai parte di un sistema territoriale strettamente collegato con Saline. La relazione del Capitano di Verona Giovanni Contarini del 1616, redatta per valutare la capacità difensiva delle comunità montane, descrive una popolazione numericamente modesta ma ancora incaricata della sorveglianza dei passi alpini in virtù degli antichi privilegi concessi dagli Scaligeri.
Nel Settecento la crescita demografica mise progressivamente sotto pressione le risorse della montagna. I boschi furono intensamente sfruttati per la produzione di carbone vegetale e vaste superfici marginali vennero dissodate per ricavarne nuovi campi. Le relazioni parrocchiali del 1749 descrivono una popolazione che si nutriva prevalentemente di polenta e che spesso era costretta a scendere nella pianura veronese in cerca di lavoro e di sostentamento. La riduzione delle rese agricole e il progressivo impoverimento del suolo favorirono un lento ma costante processo migratorio che avrebbe caratterizzato tutta la montagna nei secoli successivi.
Una svolta decisiva si ebbe durante il periodo napoleonico. Con il decreto vicereale del 28 settembre 1810, entrato in vigore il 1° gennaio 1811, i piccoli comuni medievali vennero soppressi. Tavernole cessò così di esistere come comune autonomo e fu aggregato, insieme a Corno e Pernigo, al comune di Badia Calavena, mentre Saline venne incorporato nel comune di Velo.
Questa riorganizzazione ebbe però breve durata. Dopo la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna, il Veneto ritornò sotto il dominio austriaco. Nel 1815 il comune di Saline fu ricostituito e nella sua giurisdizione vennero riuniti gli antichi comuni di Tavernole, Corno e Centro. Da quel momento Tavernole perse definitivamente la propria autonomia amministrativa, pur conservando la propria identità storica e territoriale.
Nel 1828 il nuovo comune risultava diviso in due parrocchie: quella di San Mauro per Saline e quella dei Santi Ermagora e Fortunato per Centro, Corno e Tavernole. All’Unità d’Italia il comune comprendeva ormai stabilmente tutte queste comunità, raggiungendo oltre ottocento abitanti.
Con Regio Decreto dell’11 agosto 1867 il comune assunse definitivamente il nome di San Mauro di Saline, richiamando il patrono dell’antica pieve che per secoli aveva rappresentato il centro religioso dell’intero territorio. Da allora Tavernole è rimasta una delle principali contrade del comune, continuando a conservare la memoria del proprio passato.
Nel secondo dopoguerra, con il distacco della frazione di Centro e la sua aggregazione a Tregnago nel 1954, si definì l’attuale configurazione territoriale del comune di San Mauro di Saline, che ancora oggi comprende gli antichi territori di Saline, Tavernole e Corno.
La storia di Tavernole dimostra dunque come la comunità cimbra non rappresenti il punto di partenza della sua vicenda, ma il risultato di un lungo processo storico. Il paese esisteva già da oltre un secolo quando arrivarono i coloni germanofoni; nacque all’ombra dei monasteri medievali, si sviluppò grazie alla colonizzazione agricola del Duecento, divenne uno dei principali comuni del Vicariato della Montagna e infine confluì nell’attuale comune di San Mauro di Saline.
Le antiche contrade, la toponomastica, i cognomi storici, le vie medievali e la memoria collettiva continuano ancora oggi a raccontare la storia di una comunità che rappresenta una delle più significative testimonianze della civiltà cimbra della Lessinia veronese.
Bibliografia: S. Valdegamberi, “Alle origini degli antichi comuni di Saline. Tavernole e Corno”, edizioni Zerotre, 2023.
In alto centro di Tavernole in una foto d’epoca
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Stefano Valdegamberi
Stefano Valdegamberi, nato a Tregnago il 6 maggio 1970. Dopo il diploma di Maturità Classica, si è laureato in Economia e Commercio. È conosciuto principalmente per la sua figura di politico-amministratore in quanto già sindaco di Badia Calavena, comune ove risiede con la moglie e i tre figli e, in seguito, Assessore e Consigliere della Regione Veneto. Fin dagli anni del liceo ha sempre coltivato la passione per la storia, la linguistica e la cultura locale. Tra i suoi lavori ricordiamo “I nomi raccontano la storia” (2015), “De decimis novalibus” (2018), “Alle origini degli antichi comuni di Saline, Tavernole e Corno” (2021), “Le origini del linguaggio” (2022). È cultore della lingua cimbra, il Taucias Gareida, un tedesco medievale parlato dai suoi antenati della montagna veronese e tuttora usato da pochissimi parlanti del borgo di Giazza (Ljetzan). Il suo ultimo lavoro “Castelvero, la storia millenaria di un feudo vescovile e dei suoi abitanti”

















