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L’Orco (Orke) e l’Uomo Selvatico (Bilje Man) nella tradizione cimbra e nella mitologia europea
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L’Orco (Orke) e l’Uomo Selvatico (Bilje Man) nella tradizione cimbra e nella mitologia europea
Nella tradizione popolare delle comunità alpine, e in particolare in quella cimbra, la figura dell’orco occupa un ruolo centrale e profondamente simbolico. A differenza di altre creature fantastiche, l’orco si presenta come un essere marcatamente maschile, con il quale si confrontavano soprattutto gli uomini e i bambini, descritto come grosso, robusto e imponente, poco agile negli spostamenti a causa della sua mole, meno capriccioso rispetto ad altre figure sovrannaturali, ma altrettanto minaccioso. La sua apparizione è saltuaria e localizzata, legata a luoghi specifici del territorio, e preferibilmente si manifesta durante l’Avvento nel mese di dicembre e in momenti liminali della giornata, come la notte o l’alba, mentre alcune fonti sostengono che, dopo il Concilio di Trento, l’orco sia stato “bandito” dalle credenze popolari.
L’orco è innanzitutto una creatura silvestre, intimamente legata ai boschi; il Balt ’un Zen (Bosco di Giovanni), a sud di Giazza, prima del suo completo disboscamento nella seconda metà dell’Ottocento, era considerato dimora degli orchi, e la distruzione dei boschi coincide con la scomparsa di queste presenze, come se l’orco incarnasse lo spirito dei boschi ostile a chi ne riduceva l’habitat. Nei racconti, l’orco molesta i carbonai scagliando sassi contro di loro finché uno non risponde con un colpo di fucile, momento in cui l’orco scompare in una grande fiammata. In altri casi la sua sola presenza incute terrore: un carbonaio del Reméike (il Dosso dei Corvi), località sulla strada per le Gozze (Troupfan), raccontava di aver visto l’orco vestito di una lunga velada, con la schiena “vuota come un canale”. La forma più comune dell’orco è quella di un uomo altissimo e brutto, capace di sbarrare le strade ai passanti, annunciandosi con un riso infernale o con voce roca, per poi svanire sempre in una fiammata che sale verso il cielo. L’orco può assumere forme bestiali, con gambe di capra o sembianze di asinello o pecora, bianca o nera, e il suo potere di chiamare una persona per nome è temuto perché chi risponde inevitabilmente muore. Nei racconti popolari l’orco è talvolta burlato dalle donne, ma più spesso è lui a ingannare l’uomo; celebre è la storia del pastorello che, cercando una pecora smarrita, segue l’animale lungo la valle finché si rende conto di essere stato vittima di uno scherzo dell’orco, mentre in alcune narrazioni di origine italiana l’orco ha una moglie, la marascha, cioè la strega.
Accanto all’orco, la tradizione cimbrica conosce la figura dell’uomo selvatico, il Bilje Man, molto simile all’orco e vicino anche al diavolo nella simbologia popolare; il nome Bilje Mann può essere tradotto come “il Peloso”, alludendo al suo aspetto coperto di peli, e ha lasciato traccia fino ai giorni nostri nel cognome Peloso, presente a Campofontana (vedi il mio libro De decimis novalibus – edizione 03). È una creatura che vive in tane o grotte nel fitto dei boschi, usata dai genitori come spauracchio per i bambini, analogamente a quanto avveniva nei Sette Comuni, e alcuni studiosi suggeriscono che derivi dall’orso, soprattutto nell’immagine dell’animale eretto sulle zampe posteriori per attaccare l’uomo. La sua figura è celebrata in riti stagionali, come la festa dell’“Om salvàrech” a Rivamonte (Agordino), con un uomo coperto di muschio e fronde di pino portato fuori dal bosco tra danze e festeggiamenti, o l’Om mazzarol del Feltrino, affine a tradizioni simili di Primiero e Trentino.
Un contributo fondamentale alla conoscenza di queste narrazioni è quello di Attilio Benetti, etnografo e narratore della Lessinia, che raccolse numerosi racconti orali su orchi e uomo selvatico. Nei suoi scritti, Benetti descrive l’Orke come un gigante burlévole che popola i boschi della Lessinia, inganna i montanari e scherza con animali domestici, come pecore e capre, spaventando chi si avventura nei boschi di notte. Le apparizioni dell’orco, secondo Benetti, erano spesso legate alle prime ore dell’alba o alle notti di luna piena, e le sue figure servivano non solo a incutere paura, ma anche a trasmettere regole morali e sociali ai bambini, che venivano spaventati per far rispettare limiti e comportamenti. I racconti di Benetti, pur radicati nel territorio della Lessinia, presentano caratteristiche analoghe alle leggende delle comunità cimbre, confermando come l’Orke e il Bilje Man rappresentino archetipi condivisi della cultura alpina. L’orco del folclore e delle fiabe deriva certamente dall’Orco della mitologia romana, sovrano del Regno degli Inferi e divoratore di uomini insieme al suo mostruoso cane Cerbero. L’uso del termine “orco” per designare un mostro divoratore di uomini è documentato in italiano fino dal XIII secolo. Nel folclore e nelle fiabe dei Paesi europei, specialmente in Italia e in Francia, gli orchi sono mostri antropomorfi giganteschi e crudeli, che solitamente si nutrono di carne umana.

L’uomo selvatico è anche una figura diffusissima nella mitologia europea, dal Nord al Sud del continente, con caratteristiche comuni quali forza straordinaria, peluria abbondante, bastone o clava e stretto legame con la natura selvaggia, simbolo della libertà primordiale, della natura incontaminata e del pericolo che essa comporta; in Germania e Francia medievale il Wilder Mann o l’Homme Sauvage appare in manoscritti e stemmi, mentre in Inghilterra figure simili compaiono nelle leggende arturiane e nel folclore locale, spesso isolate ai margini del mondo umano; in Italia settentrionale e nelle Alpi l’uomo selvatico si manifesta nei rituali stagionali e nelle credenze locali, con funzioni morali e simboliche analoghe a quelle europee, spesso vicino a figure come orchi, giganti e diavoli, rappresentando il confine tra uomo e natura, civiltà e selvatichezza.
La memoria di queste figure è conservata anche nella toponomastica: già nel 1591 è attestata la Valle dell’Orco (Orcatal, Orke-tal), valle che nasce sotto i Comerlati e scende verso Sant’Andrea (Carpene), come documentato nel manoscritto Emptio Thomasi et Dominici Fratribus q. Jacobi de Gueris sive de Baptistis de Abbatia Calavene a Dominico a Carpene… una petia terre boschiva et zappativa in pertinentia Abbatie Calavene in ora del Orcatal, e successivi documenti del Seicento e Settecento citano campi e confini “in capo alla Val dell’Orco”; a nord di Giazza è ricordato anche l’Orkarlouch, il “buco dell’orco”. L’orco e l’uomo selvatico non sono semplici mostri, ma incarnazioni simboliche della natura selvaggia, delle paure ancestrali e dei valori culturali; la loro progressiva scomparsa dalla vita quotidiana coincide con il disboscamento, la trasformazione del territorio e l’evoluzione delle credenze religiose, ma restano vive nella memoria collettiva, nei cognomi, nei toponimi della Lessinia e nelle narrazioni popolari, come testimoni di un rapporto antico e complesso tra l’uomo e il bosco, tra civiltà e selvatichezza.
In alto Homo salvadego di Sacco in Valtellina
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Stefano Valdegamberi
Stefano Valdegamberi, nato a Tregnago il 6 maggio 1970. Dopo il diploma di Maturità Classica, si è laureato in Economia e Commercio. È conosciuto principalmente per la sua figura di politico-amministratore in quanto già sindaco di Badia Calavena, comune ove risiede con la moglie e i tre figli e, in seguito, Assessore e Consigliere della Regione Veneto. Fin dagli anni del liceo ha sempre coltivato la passione per la storia, la linguistica e la cultura locale. Tra i suoi lavori ricordiamo “I nomi raccontano la storia” (2015), “De decimis novalibus” (2018), “Alle origini degli antichi comuni di Saline, Tavernole e Corno” (2021), “Le origini del linguaggio” (2022). È cultore della lingua cimbra, il Taucias Gareida, un tedesco medievale parlato dai suoi antenati della montagna veronese e tuttora usato da pochissimi parlanti del borgo di Giazza (Ljetzan). Il suo ultimo lavoro “Castelvero, la storia millenaria di un feudo vescovile e dei suoi abitanti”


















