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Tra masi, mulini e parole antiche: Velo nella lunga storia della montagna veronese
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Tra masi, mulini e parole antiche: Velo nella lunga storia della montagna veronese
All’inizio del Quattrocento Velo appariva come un territorio montano punteggiato di masi, case sparse, mulini e terreni agricoli, inseriti in un paesaggio ricco di acque, boschi e pascoli, ben lontano dall’assetto comunale attuale. Nel Medioevo gran parte della montagna veronese apparteneva al comune di Verona ed era stata intensamente sfruttata dagli Scaligeri per sostenere la produzione della lana destinata agli opifici cittadini, grazie ai pascoli per l’allevamento ovino e alle foreste che fornivano combustibile e materiali. Con la fine della signoria scaligera queste terre passarono al demanio pubblico, amministrato dalla Camera Fiscale, e furono interessate dall’immigrazione di popolazioni di lingua tedesca, chiamate a valorizzare aree in parte disabitate attraverso la pastorizia e lo sfruttamento dei boschi; da questa presenza nacque il mondo dei XIII Comuni cimbri del Vicariato della Montagna dei Todeschi o del Carbon, di cui Velo faceva parte.
Con l’arrivo della Repubblica di Venezia, all’inizio del Quattrocento, la gestione del territorio cambiò profondamente e, per esigenze finanziarie, la Serenissima mise all’asta una parte rilevante dei beni pubblici. Il 28 luglio 1407, sotto la loggia del palazzo del podestà di Verona in contrada Santa Maria Antica, il procuratore veneziano Domenico Andrea Moncenigo Morandino vendette una porzione dei beni della Fattoria di Verona comprendente il territorio di Velo, acquistato dal milite Domenico Paolo Philippo dei Fracanzani e da Niccolò dalla Cappella per 1400 libbre di denari veronesi. L’atto di vendita elencava ben 90 fondi con diritti di decima, affitto e dazio e includeva abitazioni, mulini, prati, campi arativi, terreni zappativi e boschi; alcuni fondi erano definiti “maxivi”, cioè dotati di una o più case.

Il Velo quattrocentesco aveva confini molto più ristretti di quelli attuali e non comprendeva Camposilvano, Azzarino e Gardon, né la valle dei Taioli, allora appartenente a Selva di Progno; Gardon, in particolare, divenne comune autonomo da Mezzane di Sopra solo intorno alla metà del Cinquecento, nel quadro della riorganizzazione amministrativa dell’età veneziana. I documenti del 1407 descrivono un territorio articolato in numerose località: Acque Fosche, sul versante orientale della Purga verso Selva di Progno, ricchissima d’acqua e di mulini; Valdivelo, indicata come Vallis Velli e in seguito anche con il nome germanico Vel-tal o Fel-tal; Salaorno, Ciresare, Castagna, Val Longa, Campo, Piazza, Cancello e la Purga, detta anche “Roche Velli”, priva di abitazioni ma caratterizzata da prati con muraglie, probabili resti di strutture più antiche. Le case erano per lo più semplici, in muratura o in legno, coperte di paglia o scandole, con corte, orto e ara, e i mulini costituivano un elemento fondamentale dell’economia locale.
Anche i nomi raccontano la storia del luogo: Velo compare nelle fonti come Velo, Vel o Well e nel cimbro di Giazza si diceva “kam Welje”, “a Velo”, mentre la Val di Velo era spesso indicata come Velltal, dove tal significa “valle”.
Nel Seicento il territorio appare ormai stabilizzato e popolato da famiglie radicate, i cui cognomi spesso derivano dai luoghi o dalle attività: Bertoldo, Corà, Caraza, del Croce, del Molin, del Reze, della Valle, della Teza, Gaigar, Bonomo, del Ben, Gugolato, Castagna, Salaorno, Vinco, Anderloni, Taschetta, Ferari, del Feltal (Valdivelo), cui si aggiungono nel tempo Staudar, Albi, Corradi, Vincho e molte altre. Le fonti seicentesche e settecentesche restituiscono una fitta rete di toponimi – Purga, Stoza, Puvel, Via Vachara, Feltal, Sperartal, Coffel, Coldertal, Via Verda, Prunèke, Frule, Carel, Pretreneche – e ricordano la presenza costante dei mulini, come quello “a Capela”, che nel Seicento pagava i diritti ai conti Verità di Verona, già proprietari di Selva di Progno. Attraverso questi documenti emerge l’immagine di un territorio tutt’altro che marginale, capace di attraversare i secoli adattandosi ai cambiamenti politici ed economici, ma conservando una forte continuità insediativa e una memoria profonda, ancora oggi leggibile nei nomi dei luoghi, nelle famiglie e nel paesaggio della montagna veronese.
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Stefano Valdegamberi
Stefano Valdegamberi, nato a Tregnago il 6 maggio 1970. Dopo il diploma di Maturità Classica, si è laureato in Economia e Commercio. È conosciuto principalmente per la sua figura di politico-amministratore in quanto già sindaco di Badia Calavena, comune ove risiede con la moglie e i tre figli e, in seguito, Assessore e Consigliere della Regione Veneto. Fin dagli anni del liceo ha sempre coltivato la passione per la storia, la linguistica e la cultura locale. Tra i suoi lavori ricordiamo “I nomi raccontano la storia” (2015), “De decimis novalibus” (2018), “Alle origini degli antichi comuni di Saline, Tavernole e Corno” (2021), “Le origini del linguaggio” (2022). È cultore della lingua cimbra, il Taucias Gareida, un tedesco medievale parlato dai suoi antenati della montagna veronese e tuttora usato da pochissimi parlanti del borgo di Giazza (Ljetzan). Il suo ultimo lavoro “Castelvero, la storia millenaria di un feudo vescovile e dei suoi abitanti”


















