Ma, Anita, lei non mi ha visto?

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Ma, Anita, lei non mi ha visto?

“Per quanto riguarda la piccola foto che mi ha chiesto, Anita – ah, non posso esaudire questo desiderio. Ho un cattivo rapporto con la fotografia (che per me era sopportabile solo ai suoi inizi, un po’ antiquati, quando era ancora così umile e timida, come una macchina dovrebbe sempre essere); da quando è diventata importante e, credendosi sempre più artistica, si ingrandisce, diventa più precisa, inventa, disegna, dipinge, si traveste… e che altro – da allora non ho più potuto sottopormi al suo arbitrio; da circa vent’anni non autorizzo più alcuna istantanea, a parte qualche foto amatoriale (e considero un punto d’onore il fatto di non possederne alcuna).
Ma, Anita, lei non mi ha visto?”

Siamo nell’anno che celebra i cento anni dalla morte del poeta che più amo: Rainer Maria Rilke. La citazione è estratta da uno dei suoi libri forse meno noti e che contiene gli scambi epistolari con la giovane Anita Forrer, La Tentazione della rima.
Rilke è il poeta che mi ha donato un nuovo sguardo sulla vita, tanti anni fa. Anch’io, non immune agli inciampi, ho teso le mie mani alla poesia ed alla fotografia, le ho afferrate con tutta me stessa, dando voce ed espressione a ciò che Rilke stesso avrebbe definito indicibile. L’estratto riportato risale agli anni tra il 1920 e 1926 ma per quella che è la mia interpretazione della fotografia potrebbe senza dubbio essere una provocazione moderna a tutti gli effetti.

Rilke, con un secolo di anticipo, sembra descrivere la deriva della fotografia digitale contemporanea e dell’Intelligenza Artificiale. Oggi la fotografia non si limita più a registrare, ma “inventa, disegna, si traveste” attraverso filtri, post-produzione e la manipolazione degli algoritmi. L’ossessione per la precisione (il “diventa più precisa”) ha paradossalmente allontanato lo sguardo dall’essenza. Laddove la fotografia ha smesso di essere “umile e timida” colgo la furia delle immagini (cit. J. Fontcouberta) che oggi ci travolge per diventare un atto di costante affermazione e di molta finzione. E allora mi chiedo: se tutto può essere artefatto o reso perfetto, dov’è finito l’inciampo, l’imprevisto che rende una fotografia autenticamente umana? Esiste ancora la voglia di salvare questa arte o devo arrendermi all’idea che la storia va avanti, la tecnologia è inarrestabile e ciò che è stato può solo essere l’incedere del progresso che non si guarda indietro?
Considerando il periodo in cui visse Rilke, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, in piena età moderna, già il suo atteggiamento risulta sovversivo nei confronti di quel periodo storico che si fonda nel mito del progresso tecnologico (l’istantanea che non autorizza Rilke è la novità), alla ricerca di originalità e di rottura con il passato.

L’intento di questo articolo non è quello di ribadire concetti ormai noti e ampiamente dibattuti ma quello di tenere allenata la nostra mente a collegare eventi, persone, luoghi, evoluzioni, a creare connessioni neuronali vere, che restano oggi tra le nostre ultime salvezze. E per non dimenticare che oggi è il frutto di ieri, il seme del nostro domani!
Non c’è il rifiuto del progredire ma una riflessione sul come si intende farlo e che uso ne facciamo.

La vera “alchimia” non risiede dunque nella potenza tecnologica del mezzo, ma nella capacità di chi scatta di mettersi in ascolto. Fotografare il sentire e le parole. Dove, davanti alla vastità del dolore, della bellezza o dell’indicibile, la macchina deve fare un passo indietro. Lo scatto autentico nasce da un atto di personale sottomissione alla realtà e alla vastità di una visione interiore, non dal tentativo di dominare l’immagine o di renderla forzatamente “artistica”. Fotografare significa mettersi in attesa, accettare l’imprevisto e riconoscere che il mondo per sua natura ha uno svolgersi che supera la volontà di chi preme il pulsante.
La macchina fotografica fa un passo indietro qui, di fronte alla vastità del reale. Si dice che oramai tutto è già stato fotografato da ogni angolazione. Ma se ci pensiamo un attimo, il mondo è più grande dell’obiettivo che lo inquadra. E questo è un limite. Un limite che difendo insieme alla realtà vera (quella con le sue imperfezioni, le luci sbagliate, le asimmetrie, …).

Rilke spiazza Anita e il lettore. Non serve la piccola foto per vederlo; lui si è già concesso e rivelato interamente nella nudità e nella profondità delle loro lettere, una fotografia che ha avuto un tempo di esposizione di ben sei anni!

Forse l’alchimia fotografica più pura è proprio quella che imita lo scambio epistolare tra il poeta e la giovane Forrer: un invito a guardare oltre la superficie dell’immagine per cercare l’anima che vi è impressa. Fotografia e poesia, alla fine, si incontrano qui: nel tentativo di essere visti e compresi non dagli occhi, ma dalle profondità del cuore.

fotografie e cura artistica dello spettacolo teatrale “Rainer. L’indicibile” di Marica Preto

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Marica Preto

Marica Preto vive a Verona dove si dedica alla fotografia e alle sue contaminazioni attraverso una costante ricerca di concetto fondata su introspezione, identità e consapevolezza. Si ispira d’arte, scrittura, poesia, teatro, danza e quant’altro fondendo insieme il proprio essere con la propria professione. Realizza progetti fotografici specifici per le donne e non solo, collabora con realtà teatrali e artistiche attraverso i suoi contributi tecnici e creativi. Fondatrice del progetto Resta Viva, un ausilio ai professionisti impegnati nella relazione di aiuto attraverso la fotografia. I suoi progetti sono di carattere sperimentale-personale, sociale, culturale ed artistico. Organizza e conduce incontri di formazione sull’arte visiva e la fotografia terapeutica.

2 thoughts on “Ma, Anita, lei non mi ha visto?”

  • ..apporto a queste sentite riflessioni,che non han bisogno di aggiunte essendo solide di esperienza e di sensibilità umana( umani e strumenti fotografici uniti dal termine sensibilità ),una porzioncina di ideali,o forse di dubbio: non è che la supposta impossibilità di uno scatto di afferrare quel tutto,racchiuso in una ” semplice” pressione di dell’indice, sia invece la sola importanza? Anche le foto,come tutto del resto posseggono i contorni del limite. E non è nel superarlo che sta la crescita,ma nel confessarlo. Complimenti, Marica.

    • Caro Luca, è vero, quella pressione “semplice” è spesso l’annuncio di una sorta di magia, quella che coglie l’attimo. Ma a mio avviso è vero anche il contrario o il coesistere di attimo e attesa. L’importanza penso dipenda da momenti, contesti, persone, intenti e spaesamenti vari. In questo contesto specifico, legato a questo testo, la magia accade nell’attesa, in quei sei anni di esposizione… Grazie per i tuoi contributi e riflessioni sempre preziosi.

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Commenti

  1. ..apporto a queste sentite riflessioni,che non han bisogno di aggiunte essendo solide di esperienza e di sensibilità umana( umani e…

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