Passato, presente e futuro con Dorothea Lange

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Passato, presente e futuro con Dorothea Lange

Solitamente dopo la visita di una mostra esco con rinnovati entusiasmi, visioni in cui mi rispecchio o meno, riflessioni o stordimenti di varia natura. Questa volta, per la prima volta, sono uscita con una stretta allo stomaco. Nessuna colpa dell’artista! Mettiamoci subito il cuore sereno.

Dal 30 luglio al primo di novembre Verona ospita la fotografa statunitense Dorothea Lange e le sue straordinarie fotografie presso il Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri. Donna che inizia la sua attività fotografica come ritrattista per poi dedicarsi interamente alla ricerca e alla documentazione della società americana con il suo focus in particolare a partire dalla fine degli anni Venti, la crisi economica, il crollo di Wall Street, il dramma climatico delle tempeste di sabbia e della siccità. Il suo sguardo è rivolto alle fasce più povere, ai migranti, al loro stato di vita, se così vogliamo definirlo, al loro peregrinare nella speranza di una vita migliore “… dove persino i cartelli pubblicitari promettono e fanno sognare una vita ben diversa dalla realtà…”.
Ma il cammino di questi esseri umani che Lange ci mostra sembra un passato assai presente, la storia che si ripete nelle sue rinnovate forme del cosiddetto Progresso “… la strada come luogo di vita, in un continuo spostarsi alla ricerca di lavoro, (…) la meccanizzazione che, anziché rappresentare un’opportunità, diventa una delle cause della disoccupazione…”

Dorothea Lange | Toward Los Angeles, California, 1936.

Il copione sembra sempre lo stesso, cambia la scenografia. E subito mi torna alla mente un’analisi di John Berger sul tema della pubblicità, acuta e valida tanto ieri come oggi. La pubblicità si fonda sulle immagini dell’istante ma non ci parlano mai del presente, piuttosto fanno riferimento al passato per rimandarci subito al futuro, al come potremmo cambiare se avessimo.

Ci somministra goccia dopo goccia l’illusione della nostra libertà, quella di poter scegliere, ma di fatto chiede una cosa ben precisa: trasformarci stimolando l’appetito del piacere. Non più allora la domanda che pone Erich Fromm “Avere o essere?” ma un’affermazione: essere ciò che abbiamo. Alimentare un certo grado di insoddisfazione in noi stessi, una mancanza che se ben stimolata diventa un bisogno. Come per quei migranti che lungo il cammino della speranza, davanti ai cartelloni pubblicitari che diventano un riflesso nello specchio, qualcosa ricordava loro con ancora più forza che non possedevano niente, dunque erano “niente”.

La migrazione documentata da Dorothea Lange ci accompagna nel percorso fotografico fino all’affaccio del progresso, dove le immagini ci mostrano persone che non sembrano più soffrire la fame, la speranza di un lavoro che sembra più concreta, i bambini che finalmente sono bambini, giocano! Dei prefabbricati che iniziano (forse) ad avere la parvenza di una casa e una vita che sembra assomigliare a qualcosa che allora si arrivò a definire “normalità”.

Mi chiedevo cosa ci fosse di normale in tutto ciò che stavo vedendo, quanto è diverso ciò che osservo oggi da ciò che quelle fotografie raccontano, se penso al nostro peregrinare, a questo umanesimo che va scomparendo.

E ancora, le tempeste di sabbia, il clima estremo che necessitava di essere documentato come evento eccezionale, si noti, già un secolo fa. Godevo in quell’istante del soffio dell’aria condizionata mentre già pregustavo il caldo (altrettanto eccezionale) che mi attendeva all’uscita della mostra.

Dorothea Lange | New Mexico. Primavera 1935 The New York Public Library.

Il patrimonio documentato da Dorothea Lange assieme ad altri noti fotografi dell’epoca e incaricati dal governo americano nell’ambito del programma FSA (Farm Security Administration) conta circa 280.000 fotografie. Un progetto fotografico, ma non solo, che mirava a sensibilizzare l’opinione pubblica americana e che dopo un secolo ha ancora la forza inesauribile di toccare la sensibilità umana, di porre domande e tentare risposte, ma anche di non averne.

Infine, la sezione dedicata al trasferimento di circa 110.000 persone di discendenza giapponese in campi di detenzione dopo l’attacco alla base navale di Pearl Harbor da parte del Giappone e l’entrata in guerra degli Stati Uniti.
Dorothea Lange viene incaricata assieme al marito di documentare le fasi di questo trasferimento pur opponendosi a tale politica e venendo loro imposto un rigido controllo sul progetto. Una serie di fotografie altrettanto toccanti, che vi invito a non perdere e lasciando a ciascuno le riflessioni sugli aspetti socio-politici della questione.

Dorothea Lange | Un nonno e un nipote trascorrono il tempo passeggiando nel centro di detenzione di Manzanar , 1942.

Osservavo, in devoto silenzio, le persone che, come me, erano in visita alla mostra fotografica in una qualunque domenica mattina. Mi soffermavo sulle loro espressioni in viso, la curiosità e lo sguardo che rivolgevano a quelle immagini. Talvolta cercavo di origliare qualche commento. Volevo capire. Volevo capire se solo io mi sentivo così angosciata da quelle straordinarie fotografie e se la voce che faceva da sottofondo alla visione poteva essere udita anche da altri. Tanto si contraddice, tanto mi riporta alla migrazione moderna, non più solo quella dei popoli ma, in senso più ampio, quella del nostro benessere e del progresso, come la conquista di un gabinetto che prima non c’era.

Crescevano molte consapevolezze e con esse una sorta di rabbia che sentivo di voler esternare. Grida dentro di me, ma va guidata e orientata. Ascoltare per vedere e viceversa, senza paura, per dare forma, creare e comunicare, per non restare nel limbo tra idiozia e follia. Nascono così altri bisogni, diversi da quelli sopra descritti. Come, per esempio, il bisogno interiore, etico e civico.
Un bisogno di sentirmi umana, pensante e vedente, non necessariamente con gli occhi.

“La macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone come vedere senza la macchina”, disse la stessa Dorothea Lange, che nel tempo della post-fotografia sembra essere una vera e propria premonizione.

in copertina Dorothea Lange | California 1936 Farm Security Administration, Office of War Information Photograph Collection

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Marica Preto

Marica Preto vive a Verona dove si dedica alla fotografia e alle sue contaminazioni attraverso una costante ricerca di concetto fondata su introspezione, identità e consapevolezza. Si ispira d’arte, scrittura, poesia, teatro, danza e quant’altro fondendo insieme il proprio essere con la propria professione. Realizza progetti fotografici specifici per le donne e non solo, collabora con realtà teatrali e artistiche attraverso i suoi contributi tecnici e creativi. Fondatrice del progetto Resta Viva, un ausilio ai professionisti impegnati nella relazione di aiuto attraverso la fotografia. I suoi progetti sono di carattere sperimentale-personale, sociale, culturale ed artistico. Organizza e conduce incontri di formazione sull’arte visiva e la fotografia terapeutica.

One thought on “Passato, presente e futuro con Dorothea Lange

  • ..siccome è difficile guardarsi dentro con sincerità,ci si affida,ci si allea con “agenti esterni” per un lavoro più inoltrato,quasi come il trapano del dentista che indaga le piccole zone infette che rischiano di minare anche semplici sorrisi. Sempre che si abbia la cultura del sorridere. Uno di questi “agenti esterni” è la fotografia,la quale non ha nulla da spartire col termine ” immagine”. Quella,semmai,è parte del circuito di seduzione sfruttata dalla pubblicità, e,ahinoi,anche da una politica che vuol solo vendere anziché costruire. Dorothea Lange,che conobbi attraverso un notevole documentario proposto da Rai5, ha dato voce,attraverso l’inevitabile silenzio delle sterminate pianure americane a gente di seconda mano,proteine per gli dèi si direbbe. Gente presa in appalto dal profitto,trattata poco più o poco meno come normali grafici o numeri,pur senza averlo tatuato sul braccio. Dorothea non intendeva e non poteva salvare nessuno,tranne il bisogno di informare. Un po’ come fece un’altra caparbia,capace e necessaria donna: Annemarie Schwarzenbach. Pioniera, pure lei,su vari fronti,non ultimo quella di voler scegliere chi e come amare.Quante Dorothee,quante Annemarie vengono cacciate dai frantumi di Gaza o da un barcone rovesciato. C’è un bisogno numeroso di questi sguardi. Quindi più testimoni e meno eroi.

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Commenti

  1. Di Vettriano mi rimane il senso di noia di un ambiente aristocratico,sospeso tra il benpensare e la pratica del sopruso…

  2. ..non conoscevo Gastel,ma senza presunzione direi che basta osservarne la figura che apre questo articolo-elogio per "annusarne" lo sguardo,affilato e…

  3. ...chiedere o aspettarsi da una foto una qualche previsione sul futuro sarebbe uscire dal reale servizio che uno scatto dà.…

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