Quando in Lessinia si parlava tedesco – Le tracce dei Cimbri nel Cinquecento

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Quando in Lessinia si parlava tedesco – Le tracce dei Cimbri nel Cinquecento

Nel Cinquecento, salendo verso le montagne della Lessinia, ci si imbatteva in un mondo ancora profondamente segnato dalla cultura tedesca. Non soltanto nei cognomi degli abitanti, nei soprannomi e nei nomi dei luoghi, ma anche nelle chiese e nella vita delle comunità. Una delle testimonianze più interessanti arriva proprio dai sacerdoti: molti di loro erano di origine germanica e i documenti li definiscono theutonicus, germanicus o alemannus. Non è un dettaglio secondario. Il sacerdote era allora una delle figure centrali della comunità: celebrava la messa, amministrava i sacramenti, insegnava la dottrina e rappresentava il principale tramite tra gli abitanti e la gerarchia ecclesiastica. Se per svolgere questo compito era necessario un sacerdote capace di parlare tedesco, significa che nelle montagne veronesi quella lingua era ancora una realtà viva.

A Bosco Chiesanuova, tra il 1527 e il 1542, nella chiesa di San Tommaso, il rettore è don Gaspar Gebs, definito theutonicus e appartenente alla diocesi di Costanza. La visita pastorale registra un particolare prezioso: il sacerdote era «sufficiens in tribus linguis, italica, latina et teuthonica», cioè conosceva italiano, latino e tedesco. Una vera fotografia linguistica della comunità. Nel 1530 compaiono inoltre Thomas Antonii Winch (Vinco), massaro, e Cristophorus Winch, personaggio di rilievo della comunità: nomi che si aggiungono alle numerose tracce germaniche dell’area.

Anche a Erbezzo il tedesco entra direttamente nella storia della parrocchia. Il 15 aprile 1529, durante la visita del vescovo Gian Matteo Giberti alla chiesa dei Santi Giacomo e Filippo, il cappellano è don Andreas Sartoris, theutonicus. Il documento ci lascia anche un curioso ritratto del sacerdote, amante dei libri ma, a quanto pare, anche del vino.

L’anno successivo la questione diventa ancora più interessante. Il 12 giugno 1530 alcuni rappresentanti del Comune e degli uomini di Erbezzo, Bartolomeo fu Paolo e Tebaldo di Tommaso fu Federico, si presentano al vescovo e dichiarano di avere allontanato il sacerdote che officiava nella loro chiesa. Sostengono infatti che la scelta del cappellano spetti alla comunità e presentano a Giberti il nuovo sacerdote, don Gregorius Herolt, definito germanicus e più precisamente Merburgensis. Il vescovo gli concede la licenza di celebrare, riservandosi di approfondire la questione. Nello stesso anno il massaro della comunità è Bartholomeus Pauli Spiersenn, altro nome di evidente impronta germanica.

La stessa scena si ripete a Roverè di Velo. Nel 1529 la comunità, che gode del diritto di giuspatronato, presenta come cappellano don Gaspar Bekel. Il 22 giugno 1530 Giberti trova però al suo posto don Andreas de Sartoriis, sacerdote della diocesi di Bamberga, definito teuthonicus. Il documento lo descrive come un grande bevitore e aggiunge ironicamente che ciò non deve meravigliare «quia Teuthonicus», «perché tedesco».

Ma la parte più interessante riguarda ancora una volta la comunità. Gli abitanti, si legge, possono «ad beneplacitum hominum, qui capellanum ad eorum libitum instituunt et destituunt», cioè istituire e destituire il cappellano secondo la propria volontà, con il consenso e la licenza del vescovo. Sono inoltre gli stessi abitanti a garantirgli il sostentamento.

E i nomi degli uomini della comunità confermano il quadro: Mattheus fu Nicolò Grossule, Adamo fu Gerolamo de Canterio, Dominicus fu Michael Herbst (Erbisti), Antonio Simonis Winch (Vinco) e Matteus Frustr (Frustoli) fu Stefano.

A Velo, nella chiesa di San Giovanni Battista, Giberti trova persino oggetti e arredi sacri realizzati «more Germanorum» e «more Teuthonicorum», secondo l’uso tedesco. Nel 1541, nella chiesa dei Santi Giovanni Battista, Michele Arcangelo e Giorgio, il cappellano è don Humbertus Comes, della diocesi di Basilea.

Scendendo verso oriente, le tracce diventano ancora più numerose. A Saline, nella chiesa di San Mauro, nel 1527 gli abitanti contestano il rettore don Andreas de Fondrunis e rivendicano per sé il diritto di patronato: «habere ius patronatum dictae ecclesiae». Nel 1541 la chiesa è officiata da don Andreas teutonicus.

A Selva di Progno, nel 1525, troviamo don Giovanni theutonicus nella chiesa di Santa Maria. Dal 1530 al 1541 gli succede don Giovanni Mastino da Pernigo, affiancato per alcuni anni da don Pietro Hermius Gallus, che nel 1541 cura le anime di San Bortolo delle Montagne.

E poi c’è Bolca, dove la componente germanica emerge con particolare evidenza. Nel 1525 la chiesa di San Giovanni Battista, soggetta al giuspatronato della comunità, è officiata da don Giovanni theutonicus. Nel 1527 arriva don Battista Vicentino; nel 1530 il rettore ufficiale è don Gaspar del Tura di Vulpiana, ma di fatto celebra don Leonardo Thomae de Weelchir, definito alemannus. La maggioranza degli abitanti non lo vuole e si rivolge al vescovo. Nel 1532 la situazione cambia nuovamente: il rettore rimane formalmente don Gaspar, mentre la chiesa viene officiata da don Matteo de Finellis, della diocesi vicentina.

Affresco nella chiesa di San Moro che rappresenta la vista dall’alto verso la chiesa di Saline (metà XVI secolo)

Dietro queste continue nomine e sostituzioni c’è una questione molto concreta: la lingua.

I gruppi germanofoni della Lessinia parlavano una varietà di origine bavaro-tirolese, con influenze alemanniche. Gli umanisti la chiamarono «cimbro», mentre gli stessi parlanti utilizzavano l’espressione taucias gareida, cioè «parlata tedesca». Le caratteristiche linguistiche del cimbro lo collegano ai dialetti bavaro-tirolesi e fanno ritenere che la separazione dalle varietà continentali sia avvenuta prima dei grandi mutamenti linguistici sviluppatisi tra XII e XIII secolo.

Il dato più importante, però, è che questa lingua non era soltanto un ricordo del passato. Era ancora utilizzata dalla popolazione.

Lo dimostra una testimonianza straordinaria, anche se successiva di qualche decennio. Nel 1629, due abitanti del monte San Piero, nel territorio di Badia Calavena, Marco Dal Castello e Gianantonio Tezza, vengono chiamati come interpreti per la redazione del testamento di Gregorio, figlio di Marco Tebaldo di Campofontana. Il motivo è esplicito: conoscono la lingua tedesca.

Il documento racconta infatti che numerose famiglie della giurisdizione della pieve di Tregnago vivevano lontane dalla sede plebana e «cognoscunt teutonico sermone ignorantes praesertim mulieres Italicum sermonem»: conoscevano il tedesco, mentre soprattutto le donne ignoravano l’italiano.

E proprio la necessità di parlare con queste popolazioni spiega un altro documento fondamentale, risalente al 2 giugno 1534. Il notaio Julius Tessarolus, figlio di Girolamo dell’Abbazia di Calavena, registra un accordo tra la pieve di Tregnago e il monastero dell’Abbazia di Calavena. Le famiglie che abitavano nelle zone montane della valle Dolena erano lontane dalla pieve e non potevano essere adeguatamente seguite dai sacerdoti che non conoscevano la loro lingua.

La soluzione fu affidare la cura delle anime ai monaci e ai cappellani dell’Abbazia di Calavena, che conoscevano il «teutonico sermone». Essi avrebbero dovuto occuparsi degli abitanti della pieve di Tregnago e Cogollo che vivevano «in valle Dolena supra versus montes».

È una testimonianza di straordinaria importanza: la lingua tedesca non era soltanto parlata in famiglia, ma era ancora così diffusa da rendere necessario un clero capace di comprenderla e di utilizzarla nella cura pastorale.

Una Lessinia ancora bilingue

Le visite pastorali del Cinquecento restituiscono quindi un’immagine della Lessinia molto diversa da quella che potremmo immaginare guardando soltanto alla situazione linguistica attuale.

A Bosco Chiesanuova, Erbezzo, Roverè di Velo, Velo, Saline, Selva di Progno e Bolca incontriamo sacerdoti theutonici, germanici e alemanni. Alcuni provengono dalle diocesi di Costanza, Bamberga e Basilea; altri sono semplicemente indicati come tedeschi. Accanto a loro compaiono cognomi come Winch, Herbst, Spiersenn e altri nomi che testimoniano la presenza di una popolazione profondamente inserita in quella tradizione culturale.

Le comunità, inoltre, conservano un ruolo importante nella scelta dei propri sacerdoti e arrivano a rivendicare il diritto di istituirli e destituirli. Non sorprende quindi che cercassero uomini capaci di parlare la lingua dei fedeli.

Il sacerdote theutonicus diventa così una delle tracce più concrete della presenza cimbra nella Lessinia del Cinquecento. Attraverso di lui emergono una lingua ancora viva, una popolazione che la utilizzava quotidianamente e comunità che avevano bisogno di sacerdoti in grado di comprenderla.

La storia dei curati tedeschi della Lessinia racconta dunque qualcosa di più della semplice presenza di ecclesiastici stranieri. Racconta di un territorio nel quale, ancora nel Cinquecento, italiano e tedesco convivevano, e nel quale la cultura cimbra era abbastanza forte da lasciare tracce nei nomi delle persone, nell’organizzazione delle comunità, negli arredi delle chiese e, soprattutto, nella lingua con cui uomini e donne comunicavano tra loro e con i propri sacerdoti.

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Stefano Valdegamberi

Stefano Valdegamberi, nato a Tregnago il 6 maggio 1970. Dopo il diploma di Maturità Classica, si è laureato in Economia e Commercio. È conosciuto principalmente per la sua figura di politico-amministratore in quanto già sindaco di Badia Calavena, comune ove risiede con la moglie e i tre figli e, in seguito, Assessore e Consigliere della Regione Veneto. Fin dagli anni del liceo ha sempre coltivato la passione per la storia, la linguistica e la cultura locale. Tra i suoi lavori ricordiamo “I nomi raccontano la storia” (2015), “De decimis novalibus” (2018), “Alle origini degli antichi comuni di Saline, Tavernole e Corno” (2021), “Le origini del linguaggio” (2022). È cultore della lingua cimbra, il Taucias Gareida, un tedesco medievale parlato dai suoi antenati della montagna veronese e tuttora usato da pochissimi parlanti del borgo di Giazza (Ljetzan). Il suo ultimo lavoro “Castelvero, la storia millenaria di un feudo vescovile e dei suoi abitanti”

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Commenti

  1. Di Vettriano mi rimane il senso di noia di un ambiente aristocratico,sospeso tra il benpensare e la pratica del sopruso…

  2. ..non conoscevo Gastel,ma senza presunzione direi che basta osservarne la figura che apre questo articolo-elogio per "annusarne" lo sguardo,affilato e…

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