Come lo Chef Antonio Rombolà ha trasformato la passione in eccellenza

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Come lo Chef Antonio Rombolà ha trasformato la passione in eccellenza

La storia del “Manitta”

Zero filtri, solo fuoco: Il percorso di un giovane calabrese che ha sfidato il tempo e i sacrifici per firmare il proprio successo gastronomico.

Antonio Rombolà, classe e determinazione da vendere, è lo Chef Executive e proprietario del ristorante “Manitta”. Partito da una gavetta durissima a soli 14 anni, ha trasformato la testardaggine in rigore e la tradizione calabrese in un’esperienza d’eccellenza proiettata verso il futuro.

Partiamo dall’inizio. Molti scelgono la scuola alberghiera per ripiego o per tradizione di famiglia. Per te com’è andata?

Il mio viaggio nel mondo del gusto inizia da una scelta molto precisa e personale: l’iscrizione all’istituto alberghiero. Lontana da condizionamenti familiari, questa decisione è stata un richiamo spontaneo, dettato dal desiderio di esplorare la trasformazione degli ingredienti e la grammatica dei sapori. Brattirò, in questo contesto, rappresenta sia il luogo in cui affondano le mie radici — sono nato a Vibo Valentia e cresciuto qui — sia la fonte costante a cui attingere l’ispirazione.

Sappiamo che hai iniziato prestissimo, quando gli altri ragazzi pensavano solo a divertirsi. Com’è stato l’impatto con il mondo del lavoro reale?

L’ingresso nel mondo del lavoro è avvenuto precocemente, a soli quattordici anni. In un’età in cui i coetanei scoprono la spensieratezza estiva, io ho iniziato a misurarmi con i ritmi serrati e i flussi imponenti di lavoro nei villaggi turistici, per poi consolidare le basi nel ristorante dei miei zii. È stata una gavetta dura, che mi ha trasmesso fin da subito il valore del sacrificio e il rispetto per la materia prima.

Spesso i programmi TV mostrano la cucina come un luogo magico e rilassato, ma la realtà si scontra con il tempo e la disciplina. Quando hai capito che stavi facendo sul serio? Qual è stato il tuo vero “battesimo del fuoco”?

Quell’iniziale idealizzazione della cucina, vista spesso da fuori come un’oasi romantica e rilassata in cui creare dando libero sfogo alla fantasia, si scontra rapidamente con il pragmatismo della realtà professionale. In una cucina vera ci si confronta costantemente con un avversario invisibile ma spietato: il tempo. La fantasia deve piegarsi alla disciplina della velocità esecutiva e all’organizzazione.

Il mio vero “battesimo del fuoco” è arrivato con la totale gestione della cucina di un lido balneare. Trovarsi improvvisamente a capo di un’intera linea, con la responsabilità diretta delle comande, degli approvvigionamenti e dello stress nei momenti di picco, rappresenta un vero shock. È il momento in cui comprendi che l’arte culinaria non è solo estro, ma anche rigore, resistenza psicologica e capacità di leadership.

Oggi sei Chef Executive e proprietario del tuo ristorante, il “Manitta”. Qual è la tua filosofia dietro ai fornelli e cosa significa per te questo traguardo?

La maturazione trasforma nel tempo i sacrifici in traguardi concreti. La soddisfazione più grande coincide con l’evoluzione stessa della mia carriera: essere partito da zero per diventare oggi lo Chef Executive e il proprietario del “Manitta”. Vedere il proprio sogno prendere forma e nome è un traguardo impagabile, sebbene le difficoltà strutturali del mestiere rimangano immutate. I turni estenuanti, i ritmi serrati e i sacrifici personali continuano a richiedere una dedizione totale, che spesso assorbe ogni spazio della vita privata. Al “Manitta”, la mia filosofia gastronomica si fonda sulla ricerca instancabile delle eccellenze del territorio e sulla rivalutazione critica dei piatti tradizionali calabresi, affinché la memoria storica diventi un’esperienza viva.

Sei un giovane con le idee chiare. Dove vuoi arrivare e cosa fai quando non indossi la giacca da chef?

Il mio sguardo è costantemente rivolto al futuro. L’obiettivo a lungo termine è avvicinarmi progressivamente al concetto di fine dining, una visione d’alta gamma che, nel contesto geografico e culturale in cui opera, è ancora percepita come un’astrazione. È una sfida complessa, un linguaggio gastronomico che va introdotto con intelligenza e sensibilità, ma che ritengo necessario per elevare l’offerta del territorio.

Fuori dalla cucina, nel pochissimo tempo libero a disposizione, non smetto di investire sulla mia crescita. Lo spazio extra-lavorativo è equamente diviso tra la palestra, fondamentale per scaricare le tensioni accumulate e mantenere il tono fisico richiesto dalle lunghe ore in piedi, e lo studio teorico, la lettura e la ricerca continua.

Per chiudere questa chiacchierata: se ti dovessi definire con tre aggettivi, quali sceglieresti e qual è il mantra che ti guida ogni giorno?

Se dovessi definire la mia personalità attraverso una triade di aggettivi, direi sicuramente che sono perseverante, disciplinato — inteso come l’evoluzione strutturata di una mia naturale testardaggine — e perfezionista. La perseveranza mi ha permesso di superare i momenti più complessi della gavetta, l’autodisciplina governa le mie giornate, mentre il perfezionismo rappresenta la mia risorsa principale, impedendomi di accontentarmi e spingendomi a curare il minimo dettaglio, nel piatto così come nella gestione aziendale.

Il mio intero approccio all’esistenza e alla professione può essere sintetizzato da una celebre massima di Aristotele, un vero e proprio mantra che mi accompagna quotidianamente e definisce la mia identità: «Siamo ciò che facciamo ripetutamente. L’eccellenza, quindi, non è un atto ma un’abitudine». Non vi è spazio per i colpi di genio estemporanei; la mia firma culinaria si esprime nella costanza, nel rigore quotidiano e nella ricerca ossessiva della qualità espressa giorno dopo giorno, comanda dopo comanda, per chiunque sieda alla mia tavola.

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Direttore Claudio Gasparini

Giornalista, iscritto all'O.d.G. Veneto dal 1988, collaboro anche con altre testate giornalistiche cartacee, on-line e radiofoniche. Coautore del libro "Eccomi... una storia d'amore con Dio" pubblicato nel 2015. Cavaliere della Repubblica e dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Socio Lions, Officer e coordinatore della rivista distrettuale.

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Commenti

  1. Di Vettriano mi rimane il senso di noia di un ambiente aristocratico,sospeso tra il benpensare e la pratica del sopruso…

  2. ..non conoscevo Gastel,ma senza presunzione direi che basta osservarne la figura che apre questo articolo-elogio per "annusarne" lo sguardo,affilato e…

  3. ...chiedere o aspettarsi da una foto una qualche previsione sul futuro sarebbe uscire dal reale servizio che uno scatto dà.…

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