Franco Fontana incontra Mark Rothko
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Franco Fontana incontra Mark Rothko
Ci sono giorni in cui il mondo ti sveglia con un’alba strana, quasi premonitrice. Quel giorno, lo scorso 29 agosto, è arrivata la notizia che Franco Fontana ci aveva lasciati. Il maestro modenese era per me associato a cieli nitidi e a paesaggi trasformati in pura astrazione. Scatti di una precisione tale da confondersi con vere e proprie tele dipinte. E mentre i media lo ricordavano come colui che ha liberato la fotografia italiana dalle regole del bianco e nero, ho fatto un brevissimo viaggio a ritroso con la mente. Un collegamento immediato con la visita di pochi giorni prima fatta a Firenze per la mostra a Palazzo Strozzi di un altro grandissimo artista: Mark Rothko. E’ nel mare del minimalismo astratto che queste due icone si riflettono e si incontrano ma vi sfociano per vie nette, diverse e distinte.

Mark Rothko
Chi è entrato in quelle sale sa quanto l’impatto con quelle immense distese di colore sia un fatto quasi fisico. Esige presenza e allo stesso tempo un lento abbandono.
Fontana e Rothko condividevano un’autentica ossessione per la geometria orizzontale del colore. Ma la cosa straordinaria è il modo in cui questa stessa intuizione si muove in direzioni diametralmente opposte.
C’è una stanza specifica, a Firenze, che ha trattenuto il mio respiro: quella dedicata ai toni scuri dell’ultimo periodo di Rothko. Tempo in cui i colori vivaci e solari della vita cedono il posto all’introspezione di un’età matura, il benedetto senso della vita, lo chiamo io. Neri densi, marroni e grigi profondi che non erano segni cupi e di chiusura. Lasciavano trasparire una dimensione spirituale. Rothko si eleva così verso l’alto sprofondando verso il basso, quasi un richiamo al principio ermetico di Trismegisto.

dipinto di Mark Rothko
Lì ho sentito un riverbero fortissimo, con quel nero profondo e introspettivo che caratterizza anche la mia fotografia e la mia ricerca. Dove il nero non è mai assenza di luce. È un grembo. È l’abisso in cui si sceglie di scendere non per perdersi, ma per andare a recuperare i propri tesori spesso misconosciuti, le verità non dette, l’essenza pura e senza filtri.
Mentre Rothko usava quei toni scuri per sprofondare nell’interiorità, Fontana usava i colori per andare altrove. Ed è qui che la loro arte diviene speculare. Davanti ai neri di Rothko e ai suoi rossi cupi si sperimenta la dissolvenza dei bordi. Le forme fluttuano e si ha la sensazione di esserne inghiottiti, quasi un invito obbligato a guardarsi dentro, a trovare la luce che pulsa nel buio. Fontana, all’opposto, impiega linee e contorni netti e ci chiede di spalancare gli occhi, di rivolgere lo sguardo verso l’esterno, verso il mondo visibile, dimostrando così che la natura delle cose è già, di per sé, un quadro astratto.

dipinto di Mark Rothko
Il contrasto tra i due artisti diventa ancora più affascinante se pensiamo ai mezzi utilizzati. Rothko partiva dal vuoto della tela nuda, aggiungendo strati e velature per creare uno spazio sacro e intimo. Fontana, al contrario, partiva dal pieno: si trovava davanti al caos del mondo e, attraverso l’obiettivo, agiva per sottrazione. Eliminava il superfluo, i dettagli banali, le persone, fino a far rimanere solo l’incastro geometrico. Laddove Rothko sfumava la materia per farla diventare spirito puro, Fontana dava spessore, struttura e concretezza al paesaggio per trasformarlo in un’idea pienamente tangibile.

fotografia di Franco Fontana
Fontana ci lascia l’opera di un uomo che ha rivoluzionato il colore, ricordandoci che la bellezza va cercata nel modo in cui decidiamo di inquadrare la nostra vita ogni giorno. E ben si sposa una citazione che porto nel cuore di Philippe Daverio “Non è la bellezza che salverà il mondo, o salverà noi: è proprio l’opposto. Il nostro compito è tentare di salvare la bellezza.”
Rothko ci insegna che l’arte non inventa nulla, si limita a creare lo spazio per rendere visibile l’invisibile, un’altra alchimia.
In copertina Franco Fontana
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Marica Preto
Marica Preto vive a Verona dove si dedica alla fotografia e alle sue contaminazioni attraverso una costante ricerca di concetto fondata su introspezione, identità e consapevolezza. Si ispira d’arte, scrittura, poesia, teatro, danza e quant’altro fondendo insieme il proprio essere con la propria professione. Realizza progetti fotografici specifici per le donne e non solo, collabora con realtà teatrali e artistiche attraverso i suoi contributi tecnici e creativi. Fondatrice del progetto Resta Viva, un ausilio ai professionisti impegnati nella relazione di aiuto attraverso la fotografia. I suoi progetti sono di carattere sperimentale-personale, sociale, culturale ed artistico. Organizza e conduce incontri di formazione sull’arte visiva e la fotografia terapeutica.


















…”c’è una crepa in ogni cosa,ed è da lì che entra la luce”. È la sublime sintesi di un passo di una poesia di Leonard Cohen,che da sola basta a delineare e a spazzare il campo dai confortanti zuccheri che edulcorano il nostro “esserci”. Quando un artista scompare viene meno una alternativa. E quelle non sono infinite. Il lutto,il vuoto rimane anche davanti alle sue opere. Ci vorrebbero intercambiabili,come semplici consumatori o tutt’al più fruitori. Rothko,viceversa, consumava sé stesso,in chili di tabacco,alcool e colore. Gioia e dannazione per il pigmento. Uomo solo,doverosamente solo come il boxeur sul ring,che per lui era la tela
Un manifesto corpo a corpo coi fantasmi,a cui ha cercato di ravvivarne i profili. Un soggetto non facile,ma di sicuro un uomo che non è mai stato ” tutto d’un prezzo”