Dalle radici della Lessinia alla Comunità del Vino – La coraggiosa odissea naturale di Terre di Pietra
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Dalle radici della Lessinia alla Comunità del Vino – La coraggiosa odissea naturale di Terre di Pietra
Nata da un sogno d’amore tra le antiche cave di Torbe e cresciuta nel cuore di Marcellise, l’azienda guidata da Cristiano Saletti sfida le convenzioni dell’enologia industriale, abbracciando l’agricoltura rigenerativa e una gestione collettiva tutta al femminile.
Le storie più autentiche dell’agricoltura italiana raramente nascono nei consigli di amministrazione o da freddi calcoli finanziari; germogliano invece da un groviglio di memorie, passioni impreviste e radici profonde ancorate al territorio. Quella di Terre di Pietra, realtà vitivinicola situata a San Martino Buon Albergo, alle porte della Valle di Marcellise, è una vicenda che assomiglia a un romanzo d’amore e di resistenza contadina. Per comprendere da dove nasca l’anima distintiva di questa cantina, occorre fare un salto indietro nel tempo ed esplorare l’origine stessa del suo nome evocativo.

«Il nome arriva dal fatto che quando abbiamo cominciato, abbiamo mosso i primi passi a Torbe di Negrar», racconta Cristiano Saletti, titolare dell’azienda, con quel tono pacato ed essenziale tipico di chi è abituato a misurarsi con la terra. «Torbe comincia a essere alta Valpolicella, ai primi accenni della Lessinia. Proprio lì, nel 1201, era stata aperta la prima cava di Pietra della Lessinia, in località Capo, tra Torbe e Prun. Se si percorre la strada principale, cinquanta metri prima del ristorante Valpolicella, sulla sinistra si notano ancora le antiche cave abbandonate. Abbiamo scelto ‘Terre di Pietra’ per dare un’idea geografica e identitaria ben precisa: l’alta collina della Valpolicella, dove i vigneti sfiorano i quattrocento-cinquecento metri d’altitudine. Venti anni fa sopra Torbe non c’era quasi nulla piantato a vigna, e quel nome evocava esattamente la forza della pietra e dell’altitudine.»
La genesi dell’azienda non segue tuttavia la classica linea ereditaria maschile. Cristiano Saletti, con schiettezza, rivela di non aver mai coltivato fin da ragazzo il mito del lavoro nei campi. «Io ho fatto la ragioneria a scuola, non ho mai sognato di fare il contadino, onestamente», ammette sorridendo. «Ho lavorato per anni in associazioni di categoria e poi, nel 2000, avevo aperto uno studio mio di consulenza gestionale per il mondo agricolo e vitivinicolo. La vera appassionata di agricoltura era mia moglie Laura. Lei era nata e vissuta in questa corte storica della Valle di Marcellise, da una famiglia contadina da generazioni. Aveva l’agricoltura nel DNA molto più di me.
All’inizio, il desiderio di Laura era semplicemente quello di lavorare la terra accanto al padre. Tuttavia, l’azienda familiare dell’epoca vendeva l’uva alle cooperative locali senza vinificare in proprio, e la mentalità tradizionale del padre non vedeva con facilità un ruolo direttivo per una giovane donna in campagna. Senza perdersi d’animo, Laura decise di intraprendere un percorso autonomo. «Nel garage di casa a Torbe, affittando un piccolo vigneto da uno zio e con l’aiuto dell’enologo e amico Flavio Peroni, un po’ per gioco e un po’ per sfida, mettemmo tre vaschette piccoline. Iniziammo a produrre le prime poche centinaia di bottiglie. Eravamo il classico ‘garage producer’, ed è lì che siamo rimasti per quattro anni, fino al 2011».
Il 2011 rappresenta l’anno della svolta cruciale. Riconoscendo la dedizione e la serietà del progetto, il padre di Laura decise di cedere quel pezzo di terra a San Martino Buon Albergo. Lì venne scavata e realizzata la vera e propria cantina, un’architettura interamente ipogea e funzionale. Nello stesso periodo arrivò in affitto un prezioso vigneto in collina a Marcellise, consentendo all’azienda di passare da un singolo ettaro a due ettari e mezzo. Cristiano, intanto, iniziava ad affiancare la moglie nel tempo libero: «Avendo il mio studio, potevo staccare qualche pomeriggio per dare una mano in vigna. Lì ho scoperto che non era affatto male quella vita. Era un modo per staccare dalle dinamiche dell’ufficio, stare all’aria aperta, fare un lavoro fisico. Questo mondo ti prende e, se hai passione, non ti molla più».

Contemporaneamente alla costruzione della cantina, Terre di Pietra intraprese una scelta di campo radicale: l’adesione all’agricoltura naturale e rigenerativa. Una strada complessa, lontana dalle logiche del profitto rapido. «Non è una scelta economica, anzi è decisamente il contrario», sottolinea Saletti. «Non lo fai per guadagno. Per noi è stata una scelta di vita, legata alla ricerca di un regime alimentare diverso e alla volontà di rispettare l’ambiente. Nell’agricoltura naturale hai molti più rischi e pochissimi mezzi per rimediare agli errori. Devi essere estremamente convinto, senza cedere ai compromessi».
Il concetto di “naturale” per Terre di Pietra va ben oltre la mera abolizione della chimica di sintesi: si concentra sulla cura maniacale del suolo e della sua microbiologia. «Il punto centrale è la vita che c’è nel sottosuolo. L’obiettivo è avere terreni ricchi di biodiversità, che si tratti di vigneti, oliveti o frutteti. Quando recuperi terreni gestiti in modo convenzionale, servono almeno quattro o cinque anni solo per veder rinascere la vita nella terra».
Nel 2017, la tragedia irrompe nella vita di Cristiano: la improvvisa scomparsa di Laura lascia l’azienda a un bivio drammatico. Con due figlie ancora piccole e uno studio professionale da mandare avanti, la tentazione di chiudere tutto avrebbe potuto prevalere. Ma Cristiano scelse la via del cuore e della memoria: «Laura ci aveva messo anima, energia e passione per far partire questo progetto dal nulla. Lasciarlo morire mi sembrava una scelta priva d’amore. Così ho chiuso lo studio di consulenza e mi sono tuffato a capofitto in cantina. Ho studiato, fatto corsi, chiesto consiglio ad altri produttori che mi hanno teso la mano».

Da quel momento di svolta, le priorità cambiano. L’obiettivo primario non era più solo “fare vino”, ma ricreare un ambiente familiare protetto e accogliente per le figlie. Aprire le porte della cantina ha attirato energie straordinarie, trasformando Terre di Pietra da semplice azienda agricola a una vera e propria piccola comunità cooperativa, formata prevalentemente da donne. «È arrivata Giulia, poi l’altra Giulia, Anna, Giordana… Terre di Pietra è nata donna e continua al femminile. Mia figlia maggiore Anna gestisce oggi la grafica e la comunicazione; Alice, la minore, ha studiato agraria ed è appassionata di cantina e cucina. Oggi siamo otto o nove persone che gestiscono l’azienda in modo collettivo: c’è chi lavora ogni giorno, chi viene a part-time o a fare volontariato. Tutte le decisioni si prendono insieme».

Oggi Terre di Pietra coltiva circa 5 ettari di vigneto distribuiti su tre distinte vallate veronesi: Marcellise, Montorio e la parte alta di Negrar. Una scelta consapevole dell’azienda è stata quella di non rivendicare più la denominazione DOC Valpolicella, in polemica con le modifiche ai disciplinari che consentono l’inserimento fino al 25% di vitigni internazionali (come Cabernet, Merlot o Syrah). «Non condivido queste scelte commerciali», dichiara Saletti. «Fare vino naturale significa rispettare la storia e l’etica del territorio. I nostri vini sono Valpolicella tradizionali nell’anima: scarichi di colore, leggeri, con gradazioni alcoliche contenute, vinificati separatamente vigna per vigna con fermentazioni spontanee, senza chiarifiche né filtrazioni, ed un livello di solforosa inferiore ai 30 mg/l, nel pieno rispetto del disciplinare VinNatur».


Accanto ai grandi rossi autoctoni da uve Corvina, Corvinone e Rondinella — declinati in cinque etichette differenti per valorizzare i singoli microclimi —, la produzione comprende varianti monovarietali di eccezionale carattere: due Garganeghe da vigne storiche di 45 e 55 anni, una Corvina in purezza, e persino il Marselan (un incrocio francese tra Cabernet Sauvignon e Grenache) coltivato ad alta quota a Fane, utilizzato per produrre il ‘Boreso’, un vivace rifermentato rosato in bottiglia (Pét-Nat). Completano il quadro agricolo oltre 1.200 piante di olivo che donano un olio extravergine estratto a freddo presso un rinomato frantoio di Illasi, frutteti di ciliegi, albicocchi e mirtilli, e una linea di trasformati artigianali PPL (Piccole Produzioni Locali) con succhi e composte di frutta di primissima scelta.
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Direttore Claudio Gasparini
Giornalista, iscritto all'O.d.G. Veneto dal 1988, collaboro anche con altre testate giornalistiche cartacee, on-line e radiofoniche. Coautore del libro "Eccomi... una storia d'amore con Dio" pubblicato nel 2015. Cavaliere della Repubblica e dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Socio Lions, Officer e coordinatore della rivista distrettuale.

















