La malattia parassitaria più diffusa al mondo: la malaria
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La malattia parassitaria più diffusa al mondo: la malaria
La malaria è considerata la malattia parassitaria più nota e diffusa a livello mondiale. Ha una diffusione cosmopolita nella regione compresa tra le latitudini 45° N e 40° S, generalmente ad altitudini inferiori ai 1800 metri. E’ una malattia febbrile trasmessa da vettori, nello specifico da femmine di zanzara del genere Anopheles e causata dai protozoi parassiti intracellulari Apicomplexa, plasmodi che hanno la peculiarità di avere cicli alternati di riproduzione che si completano in due specie ospiti differenti: ciclo di riproduzione sessuata nella zanzara e ciclo di riproduzione asessuata in un ospite vertebrato (ad esempio l’uomo). La malaria esordisce con episodi febbrili accompagnati da cefalea, brividi, sudore e malessere generalizzato con andamento parossistico (episodi che durano ore e si ripetono per settimane). Si manifesta inoltre con anemia per l’invasione degli eritrociti. Delle molte specie di plasmodi, cinque sono quelle che infettano l’uomo: Plasmodium vivax, Plasmodium ovale, Plasmodium malariae, Plasmodium knowlesi e Plasmodium falciparum (microrganismo dominante nelle regioni tropicali).
Nei Paesi endemici rappresenta la malattia trasmessa da vettore più diffusa al mondo, nei Paesi non endemici la più importante malattia d’importazione, legata principalmente ai viaggi in aree tropicali e all’aumento dei flussi migratori. Nelle zone iperendemiche (aree in cui più di metà della popolazione è parassitata), la trasmissione è in genere costante e le manifestazioni patologiche sono contenute dallo sviluppo di immunità.
Un po’ di storia
Tutto fa credere che i parassiti malarici abbiano preceduto la comparsa dell’uomo sul pianeta. I plasmodi delle scimmie antropomorfe infatti possono essere inoculati nell’uomo dando un quadro tipico di malaria. L’inverso si verifica coi plasmodi umani. E’ probabile che i plasmodi umani siano originati da plasmodi di altri animali, adattandosi poi ai primati e da questi all’uomo.
Le febbri palustri erano conosciute fin dall’antichità. La storia moderna della malaria (mala aria), tuttavia, comincia nel 1630 con Don Francisco Lopez che impara dagli indios del Perù le virtù della corteccia di china. Nel 1880 Laveran scopre e descrive il plasmodio a Costantina, Algeria. Posteriormente Marchiafava, Celli e Golgi descrivono 3 specie di plasmodi: vivax, falciparum e malariae. L’ipotesi della trasmissione da parte delle zanzare, già avanzata da Laveran e sostenuta da Manson, è confermata da Ross. La conferma del ruolo delle Anopheles nella trasmissione della malaria si ha nel 1898 quando Bignami ottiene il primo caso di infezione sperimentale in un ricoverato nell’ospedale di Santo Spirito a Roma. Nel 1922 Stephens scopre la quarta specie di Plasmodium: Plasmodium ovale. Poco prima della guerra viene sintetizzata la clorochina che, con i derivati, costituisce ancor oggi uno dei farmaci più potenti. Purtroppo all’inizio degli anni’60 vengono segnalati i primi casi di resistenza al Pl. Falciparum al farmaco in Colombia e Brasile, successivamente in Asia Orientale e ultimamente in Africa Orientale e Centrale.
Il problema della farmacoresistenza
A complicare il problema della malaria è intervenuta la resistenza del Plasmodium Falciparum ai 4-aminochinolonici (clorochina e derivati). La prima segnalazione è avvenuta nel 1957 fra Cambogia e Thailandia, in Vietman nel 1963; successivamente in India nel 1970-1980 e in Africa nel 1977 (Tanzania, Kenya, Sudan Orientale e Africa Occidentale e Centrale). Nel continente americano la prima segnalazione è del 1959 in un’area a sud del lago Maracaibo, Venezuela, nel 1960 poi in Colombia. Tra il 1960 e il 1961 furono segnalati casi di resistenza nell’Amazzonia brasiliana e nel nord-est del Brasile. A tutt’oggi il Pl. Falciparum rimane resistente ai 4-aminochinolonici nelle aree endemiche del Sud America: Brasile, Colombia, Venezuela, Ecuador, nord del Perù, nord della Bolivia e le Guiane.
Quadro clinico e diagnosi
Il periodo di incubazione della malaria è di 8-16 giorni, fino a 30 giorni nelle infezioni da Pl. Malariae. Nell’uomo esistono quattro differenti tipi di malaria. La più importante, per gravità clinica, è quella da Plasmodium Falciparum, che si annida nei capillari profondi durante gli stadi asessuati della sua replicazione, evitando così la sorveglianza immunitaria dell’ospite e l’eliminazione splenica. Gli eritrociti infettati esprimono proteine di membrana in grado di legarsi a numerosi siti sull’endotelio vasale (ICAM-1, CD36, VCAM-I, p-pselectina. In gravidanza la malaria da Pl. Falciparum mette potenzialmente a rischio la vita e deve essere considerata un’emergenza medica. I parassiti si annidano nella placenta.
Il quadro clinico consta di un periodo prodromico variabile da alcune ore a 1-2 giorni con cefalea, nausea, vomito, epigastralgia, diarrea e adinamia. Inizialmente la febbre di invasione è di tipo continuo o irregolare senza la caratteristica intermittenza. Il Pl. Falciparum infatti sviluppa quadri febbrili o del tutto atipici (febbre continuo-remittente o remittente) o irregolarmente terzanari, con tre fasi classiche: brivido (1 ora), calore (3-4 ore) e sudore (2-4 ore). La febbre è associata alla rottura degli eritrociti e segue un andamento ciclico proprio sincronizzato alla replicazione del parassita. Quando l’emolisi (rottura) degli eritrociti è massiva si parla di febbre emoglobinurica (perdita di emoglobina con le urine che si presentano di colore scuro). La febbre, l’anemia, le alterazioni circolatorie (legate alla riduzione del flusso di sangue agli organi vitali) e i fenomeni immunopatologici caratteristici della malaria sono la conseguenza del ciclo eritrocitario del plasmodio. Non vi sono segni clinici di infezione, invece, associati alla fase epatica della malattia.
La diagnosi biologica è basata sulla ricerca del parassita malarico nel sangue periferico utilizzando striscio di goccia spessa, previa fissazione con alcol metilico e colorazione con Giemsa o Field, che servirà a valutare il grado di parassitemia.
La prevenzione
Per chi va in zona malarica, si raccomanda l’assunzione di terapia profilattica antimalarica (chemioprofilassi) da iniziare 1 settimana prima dell’arrivo in area endemica e da continuare per 6 settimane dopo il rientro. Inoltre, sono importanti le misure di protezione personale come il trattamento dei vestiti e zanzariere con repellenti.
Attualmente sono due i vaccini in uso contro la malaria da P. falciparum, noti come RTS,S/AS01 (nome commerciale Mosquirix) e R21/Matrix-M. L’OMS ha suggerito l’uso programmatico della vaccinazione pediatrica in aree a moderata e alta trasmissione, in combinazione con le altre misure di prevenzione già raccomandate e adattate ai contesti locali.

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Silvia Stefanini
Medico Chirurgo Spec. in Igiene e Medicina Preventiva, iscritta all’OMCeO di Verona. Socio SITI (Società Italiana di Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica), EUPHA (Società Europea di Sanità Pubblica) e SIMET (Società Italiana di Medicina Tropicale e Salute Globale). Ho eseguito attività di medicina territoriale per ULSS9 Scaligera di Verona e Azienda USL Toscana Sud-Est, attualmente lavoro presso AOUI Verona. Nel percorso universitario ho ricoperto ruoli di redattrice e speaker radiofonico per uRadio, web radio dell’Università degli Studi di Siena. Collaboro come co-redattrice al blog enogastronomico Bacche di Ginepro.

















