Conversazione magistrale con il Tenore Vincenzo Costanzo – L’Uomo, la voce e il cosmo
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Conversazione magistrale con il Tenore Vincenzo Costanzo – L’Uomo, la voce e il cosmo
Dalle grandi ovazioni del San Carlo all’affetto di Verona Lirica, fino alla laurea in ingegneria informatica.
Ritratto a tutto tondo di un artista “fuori dal coro”, che unisce l’istinto del palcoscenico al rigore della ricerca scientifica.
Nel panorama lirico internazionale, la figura di Vincenzo Costanzo spicca non solo per lo squillo e la robustezza di una vocalità straordinaria, ma per una complessità intellettuale che scardina i vecchi cliché del melodramma. Napoletano verace, “Vesuvio in perenne movimento”, Vincenzo è al contempo un tenore applaudito nei ruoli più iconici del grande repertorio e uno scienziato che progetta la propria esistenza attraverso le lenti dell’astronomia, della fisica e della filosofia. Un uomo che ha conosciuto la gavetta dura, il sacrificio della giovinezza, il successo precoce a soli 17 anni e la prova della rinascita interiore.
Lo abbiamo incontrato per una lunga intervista che spazia dalle tavole del palcoscenico ai segreti del cosmo.
Il cammino dell’artista: Sacrificio, rigore e l’onda del successo
Maestro, partiamo dalle origini. Lei è nato in una famiglia dove nessuno coltivava l’arte del canto, eppure a soli sei anni mostrava già una vocazione innata, quasi folgorato da uno spot in TV. Oggi che la sua carriera è nel pieno di una svolta importante, con impegni nei teatri più prestigiosi, come guarda a quel bambino che imitava i tre Tenori davanti al televisore?

“Guardo a quel bambino con una profonda tenerezza, ma anche con la consapevolezza che quell’istinto iniziale era una vera e propria chiamata. Quando ho iniziato, non immaginavo assolutamente di arrivare dove sono oggi. Il mondo dell’opera è infinitamente più complesso di quanto sembri da fuori: non si tratta solo di salire sul palco e cantare bene. C’è dietro un ingranaggio fatto di strategie di agenzie, dinamiche di marketing, filtri e alleanze necessarie. All’inizio pensavo, con un pizzico di ingenuità, che bastasse avere la voce a posto, una tecnica solida, una bella figura ed essere un grande musicista. Oggi, purtroppo, questi elementi rischiano di passare in secondo piano rispetto ad altre logiche commerciali.
Tuttavia, ho imparato a essere un uomo di teatro a 360 gradi. Ho imparato a convivere con questo sistema senza mai scendere a compromessi, mantenendo una schiena dritta e una mentalità legata al valore del merito. Questo mi rende ancora più orgoglioso dei traguardi che sto tagliando proprio ora”.


A proposito di grandi traguardi, la sua agenda recente e futura parla chiaro: l’apertura di stagione alla Fenice di Venezia con Fedora, la Siberia al Teatro Municipale di Piacenza, l’Aida a Busseto con la storica regia di Zeffirelli. Cosa si prova a vedere i propri desideri artistici appagati?
“È una felicità immensa perché sento che questo periodo mi sta ripagando di ogni singola rinuncia. Ho sacrificato gli anni più spensierati della mia giovinezza, momenti importanti che non torneranno più, per donarmi interamente alla voce. Tutto quello che mi stanno proponendo in questo momento è esattamente ciò che ho sempre sognato; non ho sogni nel cassetto rimasti incompiuti perché i desideri si stanno realizzando sul campo. Passare da ruoli come il debutto in Turandot a capolavori come Cavalleria Rusticana, Aida o il verismo più puro è una sfida esaltante per la mia corda vocale”.


La sua formazione è stata particolare: ha iniziato giovanissimo come baritono, per poi scoprire la sua vera natura di tenore. Quanto influisce quella prima impostazione “scura” nel repertorio che affronta oggi?
“Ha influito tantissimo. Il mio primo maestro, Marcello Ferraresi – che era stato un allievo del mitico Mario Del Monaco – individuò in me una vocalità scura e mi impostò inizialmente come baritono. Quello studio intenso ha forgiato lo strumento, donando ancora oggi alla mia prima ottava un colore, una robustezza e una polpa tipicamente baritonali.
Successivamente, grazie al soprano Francesca Paola Natale, è avvenuto il definitivo passaggio al registro di tenore. Da lì ho perfezionato la gestione dei passaggi con grandi maestri come Berti, Giuliacci, Roberti e Visconti. Questo background mi permette di affrontare i ruoli del lirico-spinto e del verismo con una sicurezza e una cavata di suono che il pubblico percepisce subito. Penso alle ovazioni ricevute al Teatro San Carlo per Un ballo in maschera, o al recente trionfo nella Tosca a Torino diretta da Battistoni, dove ogni sera il pubblico chiedeva a gran voce il bis di “E lucevan le stelle”. Sono momenti in cui senti che il legame con la tradizione è vivo”.
La prova e la rinascita – Oltre le avversità
Nel 2017 la vita le ha imposto uno stop improvviso, mettendola di fronte a una sfida personale durissima. Lei ha descritto quel momento non come una fine, ma come un punto di svolta radicale. In che modo quella prova ha ridefinito il Vincenzo uomo e il Vincenzo artista?
“È stato un crinale netto: c’è un prima e c’è un dopo. Dal punto di vista umano, scoprire una malattia severa nel 2017 mi ha cambiato nel profondo. Ho dovuto affrontare terapie pesanti, momenti di grande solitudine e incertezza, ma quando ne sono uscito mi sono sentito letteralmente rinato, esattamente come una fenice che risorge dalle proprie ceneri.
È cambiato il mio corpo, si è evoluto il mio strumento vocale, ma soprattutto sono cambiate le mie priorità. Quando superi una tempesta del genere, acquisisci un’armatura interiore indistruttibile. Sul palcoscenico non porto più solo la tecnica, ma l’urgenza di chi sa cosa significa lottare per la vita. Sono un combattente nato, non mi sono mai fermato davanti alle avversità e quella prova mi ha reso l’uomo solido e generoso che sono oggi”.
Il riconoscimento del territorio: Il Premio Lugo e il pubblico veneto

Parliamo del suo legame speciale con il nord-est. Di recente le è stato conferito a Custoza di Sommacampagna il Premio Lugo, un sigillo di grande prestigio che celebra non solo il suo talento, ma anche un rapporto affettivo fortissimo con il territorio. Cosa ha provato sul palco e cosa rappresenta per lei la platea di Verona Lirica?
“È stata un’emozione immensa e, soprattutto, un moto di profonda gratitudine verso una terra che sento mia. Vede, il pubblico veneto occupa un posto d’onore nel mio cuore perché i veneti sono stati in assoluto i primi a credere in me e nelle mie potenzialità, fin dal lontano 2009, quando mi chiamarono per i primi concerti. Da allora si è creato un vero e proprio cordone ombelicale che non si è mai spezzato, e il supporto degli amici di Verona Lirica è stato una costante preziosa lungo tutto il mio cammino.
C’è un aspetto che ci tengo a sottolineare: i veronesi e i veneti non sono semplici spettatori che frequentano il teatro per mondanità. Da queste parti la cultura operistica è radicata nel quotidiano; stiamo parlando di veri intenditori, di persone autentiche che potremmo definire come “operai che si svegliano la mattina e mangiano pane e opera”. Hanno un orecchio attentissimo, educato da generazioni di ascolti straordinari all’Arena e nei grandi teatri della regione. Quando una platea così esigente e appassionata ti tributa un applauso o ti assegna un riconoscimento storico come il Premio Lugo, sai che quel giudizio ha un valore immenso. Mi dà un senso di appartenenza profondo a questa terra, di cui amo le persone, l’accoglienza, il cibo e lo spirito autentico”.
L’intellettuale e lo scienziato: Tra ingegneria e polvere di stelle

Maestro, lei scherzando ha detto: “Non sono il solito cantante pizza e fichi, solo spaghetti e voce”.
In effetti, la sua figura stupisce: una laurea in Ingegneria Informatica con il massimo dei voti (110 e lode) e una passione smodata per l’astronomia. Come convivono in lei l’algoritmo matematico e l’emozione pura dell’opera?
“Convivono benissimo, perché l’arte e la scienza sono semplicemente due modi diversi di cercare la verità. La scelta dell’ingegneria nacque per una promessa a mio nonno Andrea. Lui, essendo un uomo d’altri tempi, non credeva che si potesse vivere di solo canto e mi chiedeva sempre: “E dopo cosa farai?”. Così ho studiato, ho preso la laurea con la lode, e poi lui si è felicemente ricreduto quando ha visto la mia carriera schizzare verso le stelle.
Ma lo studio per me non è stato un obbligo, è il mio hobby principale. Sono uno studioso di natura, sono curioso. Spesso la gente mi dice: “Ma che noioso, hai come hobby lo studio?”, ma io rispondo che la ricerca della verità ti spezza le catene dell’ignoranza. Oggi, nel nostro ambiente, presentarsi con una preparazione culturale solida e armi intellettuali affilate a volte spaventa chi si trova di fronte, ma per me è l’unico modo di stare al mondo”.

Ci spieghi la sua teoria astronomica e filosofica sulla vita e sulla morte. Lei ha menzionato spesso il concetto che “siamo polvere di stelle”. Come applica questa visione scientifica alla quotidianità?
“La morte è qualcosa che, per ovvie ragioni, spaventa l’essere umano. Io, per superare questa paura, ho voluto fare una ricerca scientifica e non solo dogmatica. Ho studiato le religioni storiche per trarne una mia sintesi, ma sono i trattati astronomici ad avermi dato le risposte più chiare.
C’è un legame indissolubile tra noi e il cosmo. Noi siamo letteralmente polvere di stelle, perché la Terra stessa, prima di formarsi, è nata da dinamiche stellari. Quando il nostro corpo biologico muore, torniamo alla polvere, ma la fisica ci insegna che l’energia si trasforma, non si distrugge mai. Questo significa che la nostra energia vitale, una volta terminato il percorso terreno, si ricongiungerà al cosmo dell’universo, esattamente dove si trovava prima che noi nascessimo. Studiare l’universo, che ogni giorno ci rivela nuove scoperte, mi dà una consapevolezza maggiore di ciò che sono e mi permette di cantare sul palcoscenico con una serenità immensa. Non c’è fine, c’è solo trasformazione”.
Generosità, perfezionismo e il Mantra della vita

Questo spessore umano si traduce anche in un impegno concreto verso le nuove generazioni. Sappiamo che segue molti giovani cantanti nel loro percorso, e lo fa in modo del tutto gratuito.
“Sì, è così. Aiuto tanti ragazzi a trovare la loro strada tecnica e interpretativa e non prendo un solo euro. Lo faccio esclusivamente per l’amore viscerale che provo per il canto e per il teatro. Se hai avuto la fortuna di capire dei segreti tecnici e di superare delle prove, hai il dovere morale di trasmetterlo.
Ovviamente non sono perfetto, ho i miei spigoli: sono una persona decisamente permalosa e un perfezionista all’estremo. Non sono un maniaco del controllo, ma esigo che le cose siano fatte bene, con rigore e professionalità, mai con approssimazione o “tanto per fare”. Sul lavoro pretendo il massimo da me stesso e, di conseguenza, da chi collabora con me”.

Il tenore Costanzo ha usato un’immagine potente per definirsi: “Vincenzo è come il Vesuvio: sempre in movimento e non si sa mai dove arriva”.
Qual è il mantra che si ripete ogni mattina per alimentare questo fuoco?
“Il mio mantra è semplicissimo ma granitico: “Mai mollare“. Nella vita ci saranno sempre porte chiuse, agenzie complicate, critiche ingiuste o problemi di salute. L’unica differenza la fa la tua capacità di resistere e continuare a camminare. Ai lettori di Poliedrico Magazine e agli appassionati che seguiranno questa intervista voglio dire grazie per il loro tempo e auguro loro una cosa sola: non smettere mai di cercare e di trovare”.
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Direttore Claudio Gasparini
Giornalista, iscritto all'O.d.G. Veneto dal 1988, collaboro anche con altre testate giornalistiche cartacee, on-line e radiofoniche. Coautore del libro "Eccomi... una storia d'amore con Dio" pubblicato nel 2015. Cavaliere della Repubblica e dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Socio Lions, Officer e coordinatore della rivista distrettuale.

















