..non conoscevo Gastel,ma senza presunzione direi che basta osservarne la figura che apre questo articolo-elogio per "annusarne" lo sguardo,affilato e…
L’equilibrio invisibile dello sguardo di Maurizio Marcato
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L’equilibrio invisibile dello sguardo di Maurizio Marcato
Fotografare la realtà per capire ciò che sentiamo
Nato tra le montagne del Veneto, Maurizio Marcato è un fotografo, docente e consulente creativo di livello internazionale che ha trasformato l’immagine in una forma di scrittura universale. Fondatore di Terzomillennium e per dieci anni docente al Politecnico di Milano, ha guidato uno dei più grandi studi fotografici europei nel settore del design e dell’architettura. La sua vita e la sua arte, profondamente influenzate dall’incontro con Elisabetta de Strobel, si muovono costantemente tra la concretezza del fare, la sperimentazione tecnologica e una profonda ricerca umanistica legata alla memoria, all’identità e alle relazioni invisibili che governano la realtà.
Il tuo percorso inizia in Veneto, tra paesaggi di montagna e una cultura del “fare”. In che modo queste radici concrete hanno influenzato il tuo modo di approcciarsi alla fotografia e, più in generale, alla creatività?

Sono cresciuto tra paesaggi di montagna, lavoro concreto e una cultura dove le cose si imparavano facendole. Credo che molto del mio carattere venga da lì: dall’abitudine a osservare, arrangiarsi, costruire, capire come funzionano davvero le cose. Da ragazzo disegnavo e dipingevo fin da bambino e non ho mai smesso. La fotografia è arrivata dopo, quasi come una conseguenza naturale del tempo. Non mi interessava soltanto fare immagini belle: volevo capire perché alcune immagini rimangono dentro e altre spariscono subito. Questo mi ha fatto imparare ad usare l’immagine come una forma di scrittura che pochi sanno usare ma che tutti leggono senza saperlo, esattamente come il linguaggio del corpo.
All’inizio degli anni Ottanta c’è stato l’incontro con Elisabetta de Strobel, che definisci cruciale. Come si sono integrate le vostre due visioni e che impatto ha avuto questo sodalizio sulla crescita del vostro studio?

Il mio ingresso nel mondo del design e dell’interior nasce dall’incontro con Elisabetta de Strobel, nei primi anni Ottanta. È stato l’incontro tra due visioni complementari. Io avevo un impulso istintivo verso il fare, la ricerca visiva, la sperimentazione continua. Elisabetta ha portato una struttura intellettuale e filosofica che fino a quel momento non avevo realmente incontrato. Quell’equilibrio ha cambiato profondamente il mio percorso. Ha dato allo studio una base culturale più ampia, permettendogli di crescere non soltanto professionalmente, ma anche nel modo di capire, pensare e interpretare il mondo. Negli anni lo studio è cresciuto fino a diventare uno dei più grandi studi fotografici europei nel settore dell’architettura, del design e della comunicazione d’impresa.
Hai lavorato in tutto il mondo e con grandi realtà, eppure affermi di non esserti mai sentito “soltanto un fotografo”. Come si è allargato il tuo raggio d’azione nel tempo?
Ho lavorato in Italia, negli Stati Uniti, in Giappone e in molti altri paesi, collaborando con aziende, designer, architetti e riviste internazionali. Ma non mi sono mai sentito soltanto un fotografo. Mi interessa tutto ciò che riguarda la percezione, la comunicazione, il rapporto tra visivo e tensione. Per questo il mio lavoro si è allargato in modo naturale alla consulenza creativa, all’identità visiva, alla direzione artistica e alla strategia di comunicazione. Nel 1994 è nata Terzomillennium, una struttura costruita attorno a un’idea semplice: aiutare aziende e persone a trovare un’identità vera, non soltanto estetica.

Nel tuo lavoro c’è un forte dualismo: da un lato l’interesse per il futuro e la tecnologia, dall’altro il legame con il passato. Come riesci a far convivere questi due mondi?
Ho sempre avuto difficoltà con le formulas ripetitive e con le cose troppo prevedibili. Anche oggi continuo a cercare linguaggi nuovi, strumenti nuovi, possibilità nuove. Mi interessa la tecnologia, l’intelligenza artificiale, la realtà aumentata, ma anche il recupero delle memorie, delle storie dimenticate e delle radici culturali. Per dieci anni ho insegnato fotografia al Politecnico di Milano ed è stata un’esperienza importante perché insegnare obbliga anche a mettersi continuamente in discussione. I miei lavori nascono sempre da una domanda, MAI da una risposta. Non fotografo semplicemente quello che vedo. Cerco di fotografare quello che sento dietro ciò che vedo. È il mio modo di scoprire.
Hai citato la fisica quantistica per spiegare il tuo approccio alla creazione dell’immagine. In che modo la scienza si lega alla tua sensibilità artistica?

Lascio sempre una parte libera alla realizzazione, perché non credo affatto che ciò che ci circonda sia lì per caso. Ho la sensazione che ogni cosa… persone, errori, incontri, oggetti, coincidenze, facciano parte di un sistema di relazioni che non comprendiamo fino in fondo. In questo mi ha sempre affascinato la fisica quantistica: l’idea che l’osservatore non sia separato dalla realtà che osserva, ma la influenzi continuamente. In fondo è per questo che creo immagini: per capire qualcosa che esiste già attorno a me, ma che riesco a vedere soltanto mentre la sto costruendo. Questa è una chiave importantissima del mio modo di affrontare la creazione dell’immagine.
Accanto ai grandi progetti commerciali, c’è una parte della tua produzione molto intima e focalizzata sui margini della società. Qual è l’urgenza che muove la tua ricerca artistica personale?

Ho ricevuto premi internazionali e realizzato mostre in Italia e all’estero, ma continuo a considerarmi soprattutto una persona curiosa. Accanto al lavoro professionale ho sempre portato avanti una ricerca più personale e artistica. Mi interessano i luoghi marginali, le persone fuori dagli schemi, le storie che rischiano di sparire. Negli ultimi anni sto dedicando sempre più attenzione a una ricerca fotografica personale legata alla memoria, alla guerra, all’identità umana e alla trasformazione della società contemporanea. Mi interessa un’arte che abbia ancora un’urgenza umana. Per questo guardo con diffidenza certa arte contemporanea quando perde profondità e si limita a inseguire provocazione, mercato o compiacimento intellettuale.
C’è un luogo fisico che sembra racchiudere l’essenza di tutta questa tua ricerca, la “Casa del Brigante”. Cosa rappresenta per te?
Un luogo molto importante della mia vita è la Casa del Brigante, in Lessinia. Una vecchia casa di montagna carica di storia, che negli anni è diventata per me ed Elisabetta non soltanto una casa, ma quasi un organismo vivente, un archivio di memorie, racconti, simboli e intuizioni. Credo di avere sempre lavorato seguendo un principio molto semplice: non smettere mai di guardare il mondo come se fosse la prima volta. Con il tempo che passa mi sento di aver sempre più cose da imparare e forse imparerò anche a fermarmi e contemplare, ma questo è molto ambizioso, troppo…

Per concludere, fai un accostamento spiazzante e poetico tra Einstein e Caravaggio, unendo fisica e arte sotto il segno di un’unica parola chiave. Lo spieghi ai nostri lettori?
Il mio poeta preferito è Albert Einstein. Il mio fisico preferito è Caravaggio. Entrambi mi hanno insegnato che la bellezza non è decorazione. È una forma di equilibrio. Le opere più grandi sembrano dirci sempre la stessa cosa: quando una proporzione è davvero giusta, regge sia poeticamente che fisicamente. “Equilibrio” è la mia parola preferita… anche se proprio equilibrato non posso dire di essere!
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Direttore Claudio Gasparini
Giornalista, iscritto all'O.d.G. Veneto dal 1988, collaboro anche con altre testate giornalistiche cartacee, on-line e radiofoniche. Coautore del libro "Eccomi... una storia d'amore con Dio" pubblicato nel 2015. Cavaliere della Repubblica e dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Socio Lions, Officer e coordinatore della rivista distrettuale.


















