Il custode dei dettagli: Vita, lingue e memoria di Pierantonio Braggio
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Il custode dei dettagli: Vita, lingue e memoria di Pierantonio Braggio
Nato nella Verona di via Sottoriva, Pierantonio Braggio ha superato le fatiche della guerra e gli esordi in fabbrica per diventare stimato docente di tedesco e cultore di storia. Giornalista e appassionato di numismatica, ha fatto dell’osservazione meticolosa e della totale dedizione al prossimo il suo luminoso mantra di vita.
Dietro lo sguardo attento e la squisita cortesia di Pierantonio Braggio si cela una mappa vivente della Verona del secolo scorso e una profonda conoscenza della cultura mitteleuropea. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti dal 2008, Braggio si schernisce parlando di contenuti “molto modesti”, ma la sua è in realtà una storia densa, fatta di resilienza, amore per il sapere e un’innata capacità di trovare la bellezza e la storia nei dettagli più piccoli. L’ho incontrato per farmi raccontare le tappe fondamentali di un cammino lungo, a tratti complesso, ma straordinariamente ricco.
Dottor Braggio, partiamo dalle sue radici. Lei è nato in un luogo simbolo di Verona e in una famiglia con una figura paterna decisamente importante e fuori dagli schemi per l’epoca. Che ricordi ha?
Sono nato nel febbraio 1937 a Verona, precisamente al civico 26 di via Sottoriva. I miei genitori erano entrambi veronesi: Maria Amadori e Guido Braggio. Mio padre era ragioniere e segretario capo presso le Ferrovie dello Stato, ma era in pensione già dal 1924 per un motivo ben preciso: aveva rifiutato di indossare la camicia nera. Sento il dovere di evidenziare che nel 1946 fu proprio lui, Guido Braggio, a proporre al Comune di Verona un’idea che venne subito accolta e realizzata: la creazione di quella che oggi è Veronamercato e della ZAI (Zona Agricolo Industriale). In via Sottoriva ho abitato fino al 1958, salvo l’intervallo tra il 1942 e il 1945 quando dovemmo sfuggire ai bombardamenti. Purtroppo la mia infanzia e giovinezza furono segnate da un grande dolore: mio padre, colpito da paralisi fin dal 1949, ci lasciò anzitempo nel settembre 1953 a causa di una grave caduta avvenuta proprio davanti a me, che avevo solo quattordici anni. Eravamo in sette a casa, compresa la nonna Melania, e la preoccupazione per come avrebbe fatto la famiglia a proseguire senza di lui fu fortissima.
Questo clima di guerra e le difficoltà familiari come hanno influito sui suoi studi? Sappiamo che l’inizio non è stato dei più facili.
Ha inciso profondamente. A causa della guerra in corso non potei frequentare la seconda e la terza elementare. Questa mancanza di preparazione di base ha pesato su tutti gli studi successivi. Di conseguenza, a casa venivo considerato “svogliato” e a scuola “capace di nulla”, tanto che dovetti ripetere la seconda media. Pensando che potessi essere seguito meglio, trascorsi due anni nel Collegio Civico di Desenzano del Garda, dove ripetei la seconda media e frequentai la terza. Poi passai un anno, il 1952, al Collegio Stimmatino di Verona per la prima Ragioneria presso l’Istituto “Anton Maria Lorgna”. Nonostante le premesse, nel 1956 riuscii a ottenere il diploma di ragioniere. Sentivo il peso e la responsabilità di aiutare economicamente mia madre, così iniziai subito a cercare un impiego.

E il mondo del lavoro le aprì le porte in modo piuttosto “meccanico”, prima alla Mondadori e poi ai Magazzini Generali. Esperienze particolari, a tratti alienanti, eppure formative…
Il mio primo impiego arrivò nel novembre del 1956 alle Officine Mondadori. Il mio unico compito era premere, per otto ore e nel massimo silenzio, solo otto tasti (da 1 a 8) su circa centocinquanta di una macchina contabile meccanica chiamata Comptometer. Durò tre mesi, dovevo sostituire un collega malato. Subito dopo fui assunto dai Magazzini Generali di Verona, all’epoca attivissimi ed essenziali. Lì ero un po’ inviso agli impiegati storici: loro erano sprovvisti di diploma e temevano che io, diplomato, potessi un giorno diventare il loro direttore. Così mi assegnavano solo compiti insignificanti. Avevo sede in un localetto all’entrata della “Rotonda”, oggi detta ghiacciaia. Non mi restava che osservare – e la cosa era per me interessantissima – il lavoro nella sala-macchine e nei compressori ad ammoniaca per produrre il ghiaccio, la preparazione dei vagoni-merci e il controllo delle celle frigorifere, dove la temperatura scendeva fino a -20 gradi ed erano curate dall’Esercito USA per conservare i tacchini. Pensi che a due anni ero stato operato di pleurite con lo stacco di parte di una costola, eppure ogni mattina entravo in quelle celle a controllare le temperature.
Poi arrivò la svolta con l’ingresso in banca e la scoperta della sua vera vocazione: le lingue straniere.
Nel giugno 1957 fui assunto dal Credito Italiano. Devo ammettere che vi ho imparato moltissimo – a differenza della scuola, le cui nozioni allora mi parevano non servire a nulla – ma era un ambiente che creava costante malcontento e malinconia tra i dipendenti per l’intensità lavorativa senza respiro che veniva pretesa. Nel 1959 presi un’aspettativa e andai a Monaco di Baviera presso la Bayerische Hypotheken- und Wechselbank per migliorare il mio modestissimo tedesco: un’esperienza straordinaria e validissima, purtroppo interrotta per mancanza di liquidità. Nel 1964 lasciai definitivamente il Credito e andai all’Ufficio Estero della Fiera di Verona fino al 1970. Seguivo la corrispondenza in lingue straniere diretta a governi, ministeri e organizzazioni, usando una macchina Olivetti meccanica serie Bolzano, che faceva fare un sacco di errori. Lì curavo anche i cataloghi esteri delle fiere. Fu un’esperienza di grande portata che affinò le mie conoscenze linguistiche. Nel frattempo, nel 1965 aprì a Verona la sezione di Lingue Straniere dell’Università e, pur lavorando e superando non pochi ostacoli, riuscii a laurearmi nel 1969.
Da quel momento la sua vita si è divisa tra l’insegnamento universitario e quello superiore, tornando proprio laddove aveva studiato.
Esatto. Nel 1970 mi fu offerto di insegnare lingua tedesca proprio all’Istituto di Tedesco dell’Università di Verona, dove rimasi per nove anni fino al 1979. All’inizio mi parve positivo, ma mi fece perdere ottime occasioni, come un lavoro già assicurato in banca a Monaco e un importante incarico a Francoforte per la Cassa di Risparmio di Verona. Dato che l’ambiente universitario non mostrava sbocchi positivi per il futuro, decisi di introdurmi nella Scuola secondaria. Dal 1972 al 1998 ho insegnato tedesco, soprattutto commerciale, proprio all’Istituto Lorgna, dove mi ero diplomato. Contemporaneamente, dal 1979 al 1998, ho insegnato tedesco anche all’Istituto ISEF di Verona. Nel 1998 ho scelto la via della pensione: ormai avevo accumulato 42 anni di attività e insegnare con serietà e produttività stava diventando impossibile, a meno di non voler applicare il metodo della “manica larga”, cosa che non mi apparteneva.

Lei ha viaggiato moltissimo in tutta Europa e ha coltivato un’infinità di interessi: dalla numismatica alla scrittura. Qual è il segreto di questa sua insaziabile curiosità?
Tra il 1957 e il 1982 ho effettuato moltissimi viaggi di studio all’estero (Amburgo, Francoforte, Heidelberg, Gottinga, Berlino, Vienna) per conoscere la storia e le culture europee, che mi hanno meravigliosamente giovato. Nel 1982 passai un mese a Weimar, nell’allora DDR, scoprendo da vicino il fallimentare sistema comunista del “Paese del Muro”. Devo moltissimo a mio fratello Paolo: d’estate, in macchina, abbiamo percorso quasi al completo il Vecchio Continente, facendo tesoro di indimenticabili saperi. Per quanto riguarda gli hobby, posso considerarmi soddisfatto. Fin da ragazzino ho sempre amato osservare nei dettagli tutto ciò che cadeva sotto i miei occhi: la natura, gli animali, i colori. Mi sono dedicato alla pittura (con scarsi risultati, sorride), alla creazione di oggetti in legno, allo studio dei metalli preziosi, di monete e medaglie antiche, banconote e francobolli. Pensi che questi interessi mi hanno portato a curare in ogni dettaglio, per circa dieci anni, una nota rivista numismatica e sono socio dell’Associazione Filatelica e Numismatica Veronese dal lontano 1954.
Oggi, guardandosi indietro e vivendo il presente, qual è la filosofia che la guida nelle sue lunghe passeggiate e nelle sue giornate?
Ancora oggi seguo tantissimi comparti: il dialetto veronese, la storia, la politica, l’economia, la coltivazione di piccole piante, la poesia sia in italiano che in veronese, e la stesura di testi e libri. Mi piace camminare osservando e valutando dentro di me tutto ciò che la città o la natura mi mostrano, volgendo l’attenzione a particolari sempre nuovi. C’è un’abitudine e un principio a cui tengo moltissimo: curare buone relazioni con tutti, perché “importante è che chi ci incontra si senta bene accolto e ci lasci con un buon ricordo di noi. La gentilezza crea soddisfazione in chi la pratica e in chi la riceve”. Certo, a volte è difficile realizzare pienamente le parole dantesche “non fa scienza, sanza lo ritenere, avere inteso”. Ma pensare a quanto di bello posso e devo fare nelle ore successive o il giorno dopo mi dà forza e vita, permettendomi di superare i momenti difficili. E per il resto, contro il peggio quotidiano, ricorro sempre al collaudato mantra oraziano: Carpe diem.
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Direttore Claudio Gasparini
Giornalista, iscritto all'O.d.G. Veneto dal 1988, collaboro anche con altre testate giornalistiche cartacee, on-line e radiofoniche. Coautore del libro "Eccomi... una storia d'amore con Dio" pubblicato nel 2015. Cavaliere della Repubblica e dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Socio Lions, Officer e coordinatore della rivista distrettuale.

















