Bravissimo artista, con una straordinaria eleganza e delicatezza.
L’illusione del bisogno: come riprendersi il potere di essere consumatori sovrani
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L’illusione del bisogno: come riprendersi il potere di essere consumatori sovrani
Ti sei mai chiesto perchè, dopo aver acquistato quell’ultimo gadget, quell’accessorio di tendenza o quel capo firmato, la sensazione di euforia sia durata solo pochi minuti?
Poi il vuoto.
Subito dopo, un’altra notifica, un’altra pubblicità, un altro bisogno che ci chiama, che ci porta con fili invisibili a fare in modo di soddisfarlo… Non è un caso e non siamo noi che non sappiamo gestire il desiderio. È un sistema progettato chirurgicamente nel farci sentire non abbastanza.

Il modello di consumo attuale non vende oggetti, vende la promessa di colmare una lacuna della nostra identità. Perchè il cuore della questione è che siamo passati dal consumo di sussistenza al consumo identitario, dove l’oggetto non ha una utilità reale, ma serve a dire chi siamo. Questa dinamica si è evoluta in una vera e propria fabbrica dei desideri, alimentata dai dati e a farne le spese è la sostenibilità globale.

Se il marketing tradizionale era un bombardamento di messaggi a tappeto, i cookie e il tracciamento moderno sono diventati i nostri profiler personali. Grazie ai dati, le aziende non sanno solo cosa abbiamo guardato, ma sanno anche quando siamo più vulnerabili (magari a tarda notte). Il bisogno viene fabbricato esattamente sulla nostra cronologia di navigazione, poi la dinamica del prezzo basso chiude il cerchio e qui entriamo nel territorio del Fast Consumption (Fast Fashion, elettronica usa e getta), dove il prezzo ridotto è l’esca perfetta per abbassare le nostre difese razionali.

Perchè signori, quando un manufatto ci attrae per il prezzo sorprendentemente basso, ma ha attraversato mezzo mondo per arrivare a noi, il costo reale non è sparito, è stato semplicemente spostato sulle spalle di lavoratori sottopagati in paesi in via di sviluppo e sugli ecosistemi naturali. La manipolazione di cui siamo oggetto, non è più solo persuasione, ma vera e propria architettura digitale progettata per farci sentire costantemente incompleti e come soluzione, ci hanno dotati di un carrello virtuale.

Il modello manipolatorio viene scardinato, nel momento in cui ci rendiamo conto di essere già abbastanza, quando smettiamo di cercare conferme negli oggetti e la moda torna a essere quello che dovrebbe: un gioco, un’espressione di noi stessi, uno strumento nelle nostre mani. Il mercato conta sulla nostra distrazione, se non sappiamo chi siamo, qualcuno potrà venderci un’identità preconfezionata, ecco perchè conoscere i propri valori, i propri limiti e i propri desideri autentici agisce come un filtro. Quando siamo consapevoli di cosa ci renda davvero felici, lo spot pubblicitario e i video sui social smettono di avere potere su di noi, che diventiamo immuni al messaggio alienante del nuovo a tutti i costi.

In un mondo che urla, il silenzio è sovversivo e l’autostima è l’atto radicale di dichiararsi abbastanza. L’autostima è il vero ago della bilancia, perchè quando riconosciamo internamente il nostro valore, il bisogno di esibirlo attraverso il possesso svanisce e l’acquisto compulsivo, non è che il sintomo di una fame emotiva che ci spinge a nutrire con oggetti un’identità che si sente fragile. Attraverso la meditazione e la consapevolezza, impariamo ad osservare quell’impulso senza lasciarci soggiogare, diventando capaci di creare un vuoto tra lo stimolo all’acquisto e la nostra risposta.

È ora di smettere di credere che le tendenze siano piovute dal cielo, se domani nessuno di noi cedesse più alla seduzione autodistruttiva dell’usa e getta, il Fast Fashion sparirebbe in una settimana. Rifiutiamoci di essere definiti consumatori, un termine inaccettabile che ci colloca ad un ruolo falsamente passivo, e iniziamo a vederci come finanziatori di una realtà dove ogni euro speso è un investimento nel tipo di mondo che vogliamo abitare. Scegliere l’artigiano locale, il capo che dura una vita e a cui ci possiamo affezionare e il brand che rispetta i lavoratori, significa togliere potere alla macchina della manipolazione.

E a chi dice che il KM zero costa troppo, oppongo il concetto reale che il costo più elevato, sarà ampiamente superato dal dato oggettivo che, essendo liberi dalla manipolazione, faremo l’unica mossa vincente e più importante verso la sostenibilità: COMPRARE MENO.
Scacco matto!
(foto prese da pexels.com)
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Dalia Arablu
Nata a Torre Annunziata nel 1977, studio Chimica Tintoria a Napoli, subito dopo la scuola parto per un anno di apprendimento/lavoro a Londra e da lì si aprono le porte per collaborazioni con aziende estere che mi porteranno a viaggiare per il mondo nei 15 anni successivi. Nel 2021 fondo Devalia-a scientific approach to circular economy, con l’obiettivo di sviluppare progetti di economia circolare, con un approccio scientifico. Le scelte professionali, mi hanno consentito di assecondare una delle mie più grandi passioni: viaggiare, parlare con persone nuove e confrontarmi con culture diverse. Tutto questo si fonde con il piacere di ampliare le prospettive, osservare la natura umana e studiarne le abitudini, cosa che non smette mai di affascinarmi. La svolta consapevole mi permette di assecondare una delle mie esigenze principali, esprimere amore per la natura e cercare di passare più tempo possibile all’aria aperta, a contatto con essa.

















