Questione di pentimenti?

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Questione di pentimenti?

In questi giorni si è conclusa a Parma presso Palazzo Pigorini la mostra fotografica che ho visitato di Steve McCurry, uno dei più grandi maestri della fotografia che ci ha portati in viaggio per il mondo con i suoi reportage fotografici, di guerra, urbani e ritratti di grande impatto emozionale. E su questo impatto emozionale vorrei soffermarmi, non prima di avervi raccontato un pezzo della sua storia.

foto di Steve McCurry

Forse non è noto a tutti che Steve McCurry è stato oggetto di scandalo per aver rimosso un pezzo di palo rimasto “attaccato” al piede di un uomo in una sua fotografia. Chi ha notato questo “errore” lo ha reso pubblico nel proprio sito e da lì è partito lo scandalo. Le infamie e le polemiche contro McCurry hanno avuto un eco molto forte nell’ambiente, e non solo. Fu accusato di non avere il diritto di manipolare una fotografia in quanto fotogiornalista, quindi, di essere in dovere di documentare esattamente ciò che è davanti agli occhi nel momento dello scatto. Aveva di fatto infranto l’unica regola del fotogiornalismo. L’accusa, dunque, non era di aver fatto un errore nell’uso della post-produzione che si è reso poi evidente con quel pezzo di palo mal rimosso, ma di aver modificato la fotografia. Lui si è difeso dichiarando che non è un fotogiornalista ma un visual-storyteller. Non sono mancate le polemiche sul fatto che un fotografo di fama come lui faccia uso di post-produzione e la questione ha fatto emergere non pochi quesiti e dibattiti, a favore o contro.

foto di Steve McCurry

L’amico Oliviero Toscani, che ha iniziato la sua vita e storia fotografica a fianco del padre, il fotoreporter Felice Toscani, sosteneva che una fotografia post-prodotta, e che va oltre la semplice pulizia, è il pentimento di una foto mal riuscita, di un’emozione che arriva “dopo”, di una verità che diventa una post verità, di un sogno o una visione che sul momento dello scatto non ci sono stati. Per Toscani la manipolazione della realtà può servire solo per creare fake news e generare così un’emotività più potente rispetto alla notizia reale. L’uso di Photoshop in quest’ultimo caso può essere fatto solo con coscienza. Farne un uso per abbellire o aggiustare diventa l’ammissione di aver fatto una foto mediocre.

Ma… c’è un ma, con cui Toscani difende l’amico Steve McCurry. Affidare la manipolazione a chiunque creda di fare fotografia senza esserne di fatto capace è ben diverso che affidarla a chi le fotografie le sa fare (è chiaro qui il riferimento a Steve), a chi ha saputo sognare e magari sbagliare, a chi continua a sognare sperando nella foto successiva e in quella successiva ancora, lavorando nel frattempo per migliorarsi, piuttosto di chi non sa fare fotografia producendo immagini che risulteranno sempre migliori di come “non le ha sognate”.

Ho volutamente scelto la voce di uno dei più grandi provocatori, Oliviero Toscani, per poter così riflettere insieme a voi. Lo scandalo di McCurry ha dato voce a innumerevoli pensieri e opinioni, sia tra i professionisti che tra gli amatori, senza contare i commenti sulla questione etico-professionale.

Dopo Toscani, la mia provocazione.
La fotografia che segue mi ha particolarmente scossa. E’ stato molto difficile guardarla. Forse una delle rare volte in cui avrei voluto non vedere. Fortunatamente lo sconvolgimento è durato poco perché l’immagine era corredata di spiegazione.

foto di Steve McCurry

McCurry ha incontrato questo bimbo in lacrime: i suoi amici la avevano da poco deriso ed escluso dai giochi del gruppo. La pistola è finta e il bambino stava manipolando l’oggetto senza avere coscienza dei suoi gesti. Il fotografo ha colto il famoso attimo di un movimento non voluto, inconsapevole. Qualche ora dopo, McCurry di ritorno a quel villaggio incontrerà nuovamente il bimbo… mentre gioca felice con i suoi amici di prima. Pace fatta.
Perché allora far passare un messaggio che non è reale? A ciascuno la propria riflessione.
Ho provato l’immenso sollievo per una vita salva, per un gesto scongiurato. Quasi l’avessi salvato io in quel preciso istante. Ma molte altre domande mi sono posta, molte riflessioni sono affiorate, indipendentemente da una foto manipolata o non veritiera.

Con quali occhi ho dunque guardato quelle foto esposte in mostra? Da fotografa o da persona che semplicemente si è lasciata trasportare da ciò che quelle immagini scaturivano?
Ho dato a me stessa una risposta e rilancio qui gli stessi quesiti anche a voi cari lettori e lettrici, se lo vorrete. Avendo ciascuno cura delle proprie emozioni, della propria libertà di vedere, sentire, immaginare, sognare o tremare… senza pentimenti.

(foto in copertina di Steve McCurry)

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Marica Preto

Marica Preto vive a Verona dove si dedica alla fotografia e alle sue contaminazioni attraverso una costante ricerca di concetto fondata su introspezione, identità e consapevolezza. Si ispira d’arte, scrittura, poesia, teatro, danza e quant’altro fondendo insieme il proprio essere con la propria professione. Realizza progetti fotografici specifici per le donne e non solo, collabora con realtà teatrali e artistiche attraverso i suoi contributi tecnici e creativi. Fondatrice del progetto Resta Viva, un ausilio ai professionisti impegnati nella relazione di aiuto attraverso la fotografia. I suoi progetti sono di carattere sperimentale-personale, sociale, culturale ed artistico. Organizza e conduce incontri di approfondimento sull’arte visiva, la poesia, la fotografia terapeutica e ogni ispirazione che ne deriva.

One thought on “Questione di pentimenti?

  • …chiedere o aspettarsi da una foto una qualche previsione sul futuro sarebbe uscire dal reale servizio che uno scatto dà. Che non è cabalistico,perché non nasce per addolcire il domani e nemmeno per vestirtelo su misura. La foto ferma quel preciso istante e non ha nessuna intenzione di portarti a sé,e lascia ai tuoi occhi il lavorio di immaginare qualsiasi scenario. La foto non è mai di ” regime” e appartiene a tutti, ciechi compresi.

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Commenti

  1. ...chiedere o aspettarsi da una foto una qualche previsione sul futuro sarebbe uscire dal reale servizio che uno scatto dà.…

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